Nelle buone prassi dell’organizzazione complessa rileviamo la grande importanza dei mediatori. La lettura delle tracce mi sembra fondamentale e va d’accordo con la necessità di avere una buona definizione delle professioni di aiuto. Chi può leggere le tracce? Chi conosce più da vicino. Un educatore, può farlo perché accetta il compito di condividere la quotidianità di chi la vive con fatica.
Gloria Gagliardini (L’educatore è un maglione di lana, in, “Appunti sulle politiche sociali”, 1/2013), ha scritto un bell’articolo, dedicato molto opportunamente e in maniera documentata sia dalla sua esperienza che con riferimenti istituzionali, il tema dell’identità dell’Educatore. Proviamo a farla derivare non tanto e non solo da disposizioni legislative e istituzionali. Non perché vogliamo ignorarle. Ma proviamo a derivarla, questa benedetta identità, da compiti operativi. Certo, rischiamo di scadere nell’empirismo della pratica quotidiana. Ma se fosse proprio questa la realtà in cui si colloca chi è Educatore? Se così fosse, dovremmo accettare di correre quel rischio. Accettiamo e procediamo.
Le vite inutili
Esprimiamo alcune riflessioni sugli aspetti storici. Oltre all’esclusione della presunta ineducabilità vi è stata – ed è una pagina molto cupa della nostra storia – l’esclusione della disumanizzazione. Ci riferiamo soprattutto alla pagina nera del nazismo e del progetto di estinzione delle vite inutili: casi psichiatrici e bambini malformati – si diceva allora – espressione che comprendeva bambini ben formati ma con scarsa intelligenza e con scarsa possibilità di comunicazione. Questi soggetti dovevano essere uccisi. L’assassinio di massa caratterizza un processo di disumanizzazione il cui presupposto è quello che sono considerate bocche inutili, vite inutili, non avendo caratteristiche umane.
E’ una vicenda per certi versi diversa dall’esclusione dell’ineducabilità ma nello stesso tempo ha collegamenti profondi. Il processo avviato dal nazismo non ha avuto reazioni di scandalo e tutto sommato ha trovato una buona partecipazione, per esempio, da parte dei professionisti: quando le cliniche pediatriche dovevano avviare verso la morte i bambini detti “malformati” e gli psichiatri dovevano avviare verso la morte i casi psichiatrici, essi non hanno reagito protestando e cercando di far sapere questa morte di massa. Le notizie sono trapelate in maniera diversa.
Un personaggio importante ma non molto conosciuto se non per certi momenti di fortuna spettacolare – Gerstein, un soggetto che ebbe in famiglia un congiunto che aveva dei problemi psichiatrici e per questo fu avviato verso le camere a gas – ebbe l’idea di penetrare nel mondo delle SS e di venire a conoscere più da vicino le vicende che stavano svolgendosi. Gerstein è un esempio interessante- lo diciamo, naturalmente, col senno di poi – di ricerca-azione, cioè di coinvolgimento in una ricerca, in questo caso su un tema sconvolgente, senza avere preordinato la possibilità di uscirne per testimoniare e rielaborane la realtà. Ed è anche un modo di capire come sia importante per chi è Educatore conoscere da vicino. Importante e rischioso, se…
Kurt Gerstien ne fu travolto; alla fine della guerra, finì in prigione così come capitava a tutti coloro che appartenevano alle SS. In prigione proclamò la sua testimonianza, cercò di spiegare quali erano state le sue intenzioni. L’operazione però non andò a buon fine e Gerstein ufficialmente si suicidò. Vi sono molti sospetti su questo suicidio giacché Gerstein aveva tentato più volte durante la sua operazione di coinvolgimento di mettersi in contatto con corpi diplomatici di vari paesi, compreso il Vaticano, e da tutti era stato rifiutato pur sapendo che cosa egli volesse anzi forse proprio perché sapevano che cosa avrebbe detto. In sostanza dunque era un testimone scomodo.
E il suo suicidio ufficiale forse non corrisponde a quello che davvero accadde. Al di là della sua tragicità, è un esempio interessante. A noi interessa forse accostarlo – in maniera un po’ bizzarra se vogliamo perché forziamo certamente una situazione così tragica come quella per entrare – conoscere da vicino – in una quotidianità che a volte è drammatica ma per fortuna non ha punte di tragedia così – ai compiti che un Educatore svolge nella quotidianità. Quella che è, e che può contaminare chi la frequenta. E’ una realtà marginale. E chi è Educatore può diventare marginale. Ma il suo compito comincia dalla condivisione nella quotidianità, per attivare un processo che chiamiamo empowerment, e che permette di scoprire quanto e come il compito di un Educatore possa essere assunto da altri, da un capo scout, un vicino di casa, un negoziante… E l’Educatore rimane un punto di riferimento e di garanzia.
L’impostazione fissista
I problemi che riguardano più strettamente il mio campo disciplinare, che coinvolge le persone disabili, hanno avuto una lunga storia in cui il dialogo è stato negato o affermato. E questo è interessante. E’ una lunga storia che non credo di poter esplorare, in primo luogo perché non la conosco tutta, ed anche perché non devo abusare della gentilezza di chi segue queste riflessioni che diventerebbero, e già lo sono, noiose. La speranza è quella di capire qualche cosa.
Pedro de Ponce un benedettino spagnolo – siamo nel 1500 – si è occupato dell’educazione dei sordi, non essendo il primo né l’ultimo, ma è stato uno di quelli che più hanno caratterizzato il loro compito come un compito carismatico. La sua figura veniva interpretata come di chi aveva la possibilità di ricevere dal Creatore, direttamente, la possibilità di elargire i suoi carismi, e questo poteva essere un elemento di profonda convinzione dello stesso Pedro de Ponce, che però così poteva salvaguardare la sua incolumità: perché l’esercizio di un’attività, che oggi chiameremmo rieducativa, non era lontana dalla possibilità di essere interpretata come magia, stregoneria, e di conseguenza subire tutte le conseguenze previste nel caso. L’Inquisizione vigilava, partendo dall’idea che chi faceva un’azione di rieducazione, cioè di riorganizzazione delle competenze di un soggetto, in questo caso sordo – si diceva allora sordomuto – facesse un’operazione sacrilega, perché correggeva il lavoro del Creatore.
Richiamo questa lontana vicenda per cercare di capire, un poco almeno, quanto il nostro mondo fosse profondamente legato ad una impostazione che chiamerei con un brutto termine: fissista. Tutto è fissato. Anche i destini. Un Educatore agisce invece nel presupposto che la realtà – anche le vite, i destini – sia un continuo cambiamento, un divenire, una coevoluzione. Ma questo presupposto sovente è accettato apparentemente e superficialmente da tutti, ma tanti agiscono in pratica secondo il principio fissista. E questo rende certamente più difficile in compito di un Educatore. Più difficile e più importante.
Le buone prassi
Le decisioni che producono una dinamica sociale di distanziazione producono sovente grandi guai. L’allontanamento permette di prendere con più leggerezza decisioni che non sono certo buone prassi.
L’espressione buone prassi può essere intesa male. Utilizzando due parole di uso quotidiano, sembra facile comprenderne il significato, e confonderla così con le buone azioni, le azioni migliori. Possiamo ritenere che l’espressione sia nata in area francofona, con una più marcata indicazione di carattere organizzativo (le buone organizzazioni, o anche le buone abitudini nelle organizzazioni). Il passaggio all’area anglofona, inevitabile, non ha giovato. “Best” indica il migliore. Ma una buona prassi non è la prassi migliore nel senso della realizzazione da primato; è piuttosto l’organizzazione che tiene meglio conto della pluralità dei soggetti, delle loro diversità di genere, di cultura, di età, ed anche delle eventuali disabilità.
Prendendo in considerazione, a proposito di buone prassi, le organizzazioni, ci riferiamo ad una realtà complessa. E dobbiamo mantenerla tale, evitando di compiere operazioni riduttive, forse capaci di renderci più comprensibile un fatto o un fenomeno, ma anche di cancellarne le implicazioni e le correlazioni che a volte contengono le cause delle buone o cattive prassi.
Realizzare buone prassi non è un’operazione semplicissima. Perché? Le stesse persone disabili potrebbero avere come riferimento per la risposta ai propri bisogni il modello che non è delle buone prassi, e quindi richiedere, forse con l’elemento urgenza, come quello che fa scattare la richiesta, percorsi speciali non integrabili nella riorganizzazione: ottenere sostegni, ausili particolari, piste facilitate, straordinarie, e quindi far sempre riferimento alla eccezionalità e non alla buona prassi normale. Per superare questo rischio comprensibile, occorre che le persone handicappate siano coinvolte nella progettazione delle buone prassi, della comprensione della logica che sta sotto le buone prassi, e devono diventare protagoniste competenti di una realizzazione che va un po’ oltre la soddisfazione immediata del bisogno, perché esige non tanto il superamento quale che sia dell’ostacolo, in qualsiasi modo dell’ostacolo, quanto l’organizzazione che consenta di ridurre o eliminare gli ostacoli organizzativi. Questa disponibilità a costruire un progetto è necessaria in tutti, quindi, negli stessi disabili che a volte potrebbero ritenere più urgente la soluzione in qualsiasi modo del proprio problema contingente, più che la costruzione delle buone prassi.
Nelle buone prassi dell’organizzazione complessa rileviamo la grande importanza dei mediatori. Non solo i mediatori della lingua italiana dei segni, non solo i mediatori culturali per le persone emigrate, ma c’è bisogno di una quantità di mediatori che vengano chiariti e siano in una possibilità di lavoro competente che viene solo se si esce dalla precarizzazione. Non ce ne vuole una quantità enorme, perché bisogna renderli aggiunti ai facilitatori – i baristi, gli autisti, i dentisti: tutte le professioni; non esiste nessuno che non sia in qualche modo un facilitatore -. Il loro ruolo sociale va addizionato ai mediatori.
E le buone prassi nella società complessa devono permettere di leggere  le tracce non facendo confusione, perché quando ci sono delle situazioni  troppo affollate significa che si cancellano tutte le tracce, e la confusione confonde tutto e tutti.
La lettura delle tracce mi sembra fondamentale e va d’accordo con la necessità di avere una buona definizione delle professioni di aiuto, per non avere quelle situazioni, comprensibili ed umane, per cui l’emergenza domina e impone. Chi può leggere le tracce? Chi conosce più da vicino. Un Educatore, che sia della sanità o del sociale, ma sempre e soprattutto Educatore, che può farlo perché accetta il compito di condividere la quotidianità di chi la vive con fatica.
La ricerca dell’identità di chi è Educatore è importante, per confermare questo compito e non fare la fine di Gerstein.
Andrea Canevaro
Docente di pedagogia speciale 
Università di Bologna
7 Maggio 2019
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