L’universo dell’arte, come poterlo esplorare (in assenza di determinati requisiti)?

di Massimiliano Trubbiani
(Museo Omero)
Rivista Aisthesis N°20
13 Luglio 2022
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Ormai lo sanno anche i bambini.

L’arte è una componente fondamentale, parte integrante della nostra cultura e della nostra storia.

Andando al sodo, le persone con deficit visivo non possono avvalersi (ancora) di una valida educazione all’arte e all’estetica, e non hanno (ancora) un pieno accesso alla fruizione dei beni artistici e culturali, nonostante i tanti traguardi raggiunti in questi ultimi anni.

In un recente passato regnava (vergognosamente) una scarsa attenzione sul piano sociale delle esigenze del non vedente in questo campo; le cosiddette “arti visive” possono essere godute solo da chi possiede i giusti requisiti (la vista) per farlo.

Altrimenti è tutto inutile.

Ma come può un cieco vedere un dipinto, o una scultura, o le fattezze di un tempio, o gli interni di una basilica…

“Se non possono vedere, se ne stiano a casa e non escano a creare problemi…”

All’oggi, possiamo affermare con assoluta certezza che anche un cieco può godere (anche se diversamente) delle meraviglie dell’Arte… con le dovute attenzioni, però, attuando la presenza, nei luoghi dell’arte, di determinati sussidi o strumenti che possano agire da catalizzatori estetici…

La comparsa di strutture adeguate allo scopo risponde a questa rinnovata attenzione per le esigenze di tali fruitori della cultura.

Esigenze che non sono solo per pochi, come scopriremo tra poco.

Ma lo sanno anche i bambini, si tratta di educazione.

Il problema, se così lo si può definire, deve essere affrontato già nei primi anni di scuola dell’infanzia. Già, il non vedente dovrà essere educato all’arte e all’estetica già in tenera età.

Solo così potrà, da adulto, apprezzare il valore estetico e culturale di un’opera d’arte, conosciuta attraverso esperienze tattili e di studio effettuate tramite riproduzioni, ovvero supporti tiflodidattici.

Eccoli, i supporti tiflodidattici.

Sono definiti strumenti o supporti quei manufatti che vengono utilizzati dall’educatore quale sussidio in un lavoro di educazione alla storia dell’arte, per esempio. Ma possono essere utilizzati per altri scopi, in altri campi che possono interessare la persona con problemi di disabilità visiva.

I cosiddetti supporti tiflodidattici sono estremamente importanti, proprio per assicurare un efficace lavoro didattico e assicurare, così, una veloce e permanente comprensione da parte del fruitore.

Venendo al soldo del discorso, come sono fatti questi supporti tiflodidattici? Ne esistono di vari tipi?

Si. Diciamo che vi sono tanti tipi di supporti tiflodidattici per quante sono le esigenze di chi si trova a doverli usare. Tali supporti si differenziano notevolmente tra loro, sia per qualità didattiche che per costi di realizzazione. Proviamo ad elencarli tutti, discutendo anche dei pro e dei contro, proponendo una veloce panoramica che segue un criterio ben preciso. Ogni tipologia didattica possiede caratteristiche che possono essere sfruttate a seconda dell’obbiettivo da raggiungere.

Beh, sembra quasi ovvio, ma la forma d’arte più accessibile al non vedente è… la scultura!

Ecco il primo tipo di supporto tiflodidattico.

La scultura, sia essa originale che in copia da calco al vero.

Qui intesa come oggetto avente tre dimensioni, perfettamente accessibile e scevra da ulteriori mediazioni cognitive (come invece avviene per altri tipi di supporti didattici).

Grazie alla sua natura tridimensionale, permette al fruitore di esplorare l’oggetto da qualsiasi punto, dandogli la possibilità di ricreare, nella sua mente, una corretta immagine tattile del soggetto rappresentato (ah, dimenticavo di dire che l’immagine tattile è squisitamente mentale).

Quindi la prima tipologia di supporto tattile con forte propensione all’attività didattico-cognitiva è proprio la scultura!

Non a caso, la collezione del Museo Omero è composta proprio da copie da calco al vero delle maggiori opere d’arte che la storia ci ha restituito, integre o meno…

E non si può non fare un cenno di come ciò costituisca una novità… proprio nell’uso che si fa di queste copie, prodotte dalle tante gipsoteche italiane.

La storia della copia in gesso è lunga e complessa, arrivando alle gipsoteche esistenti ad Atene in età classica, ma in genere l’uso tipico che si fa di tali copie è di tipo didattico, nelle scuole d’arte, per il disegno al vero e gli esercizi di scultura… quindi innovativo è il tipo di utilizzo che il museo omero fa di queste copie!

Quindi, tra tutte le tipologie tiflodidattiche, questa (la scultura, oggetto a tre dimensioni) è quella che più si avvicina alla realtà.

Altro esempio di supporto tiflodidattico a tre dimensioni è la riproduzione in scala ridotta di architetture, o di elementi architettonici (ordini, decorazioni, ecc), molto utili nella difficile comprensione (da parte del disabile visivo) dell’arte architettonica.

Solo la riduzione in scala può mostrare per intero un edificio. Si rendono necessarie, per migliorare o affinare la comprensione, le aperture, nel modello architettonico, di una sezione per facilitare l’esplorazione degli interni.

Anche nel caso dei modelli architettonici, come per la copia in scultura, si usa il gesso, la resina, il legno (forse il materiale preferito al tatto, vuoi per la sua natura organica, per il calore al tatto e gli odori in grado di emanare…).

Possiamo annoverare al secondo posto, in qualità di supporto tiflodidattico, la tipologia del rilievo scultoreo. Che poi si suddivide in alto-rilievo e basso-rilievo. Differenze tra i due ne passano, e non sono poche!

Vediamo.

L’altorilievo possiede dei volumi del modellato che si staccano per più della metà dal piano di fondo, liscio e piatto, mantenendo una buona dose di tridimensionalità pura e pulita, libera da piani prospettici, scorci e deformazioni varie.

Il bassorilievo, diversamente, presenta dei volumi del modellato che emergono per meno della metà dal piano di fondo, e possono facilmente presentare schiacciamenti prospettici, ovvero deformazioni che sembrano più appartenere al mondo del disegno o della pittura che alla scultura.

Rispetto all’esplorazione tattile di una scultura a tuttotondo, queste tipologie presentano un grado -o due- di difficoltà in più…

Queste due modalità di rappresentazione potrebbero essere comprese, concettualmente, come una sorta di passaggio, di transizione dai volumi pieni di una scultura a tuttotondo alla bidimensionalità del disegno. I volumi perdono via via la loro consistenza, sgonfiandosi quasi, lasciando emergere solo le linee costituenti le forme, proiettate su di un foglio piano.

Nella pratica dell’esplorazione tattile e della comprensione, l’altorilievo conserva quella facilità di esplorazione che può essere più vicina o simile alla scultura a tuttotondo, sua parente stretta, mentre così non è per quanto riguarda il bassorilievo, a causa di questa perdita graduale delle caratteristiche di tridimensionalità e l’introduzione di artifici prospettici, come gli scorci, che simulano il comportamento della vista.

Quindi, come si evince da questo percorso, arriviamo al metodo rappresentativo del Disegno a rilievo. Che, anche in questo caso, si suddivide in tante sfaccettature, ognuna con la sua particolarità.

Per “disegno a rilievo” si intende un foglio di carta (o altro materiale simile), comunque piano, dove emerge solo, con una altezza massima di un millimetro, un segno a rilievo.

Il rilievo in questione non vuole (e non può) simulare i volumi degli oggetti da rappresentare, ma può agilmente raffigurarne le linee, i punti e le superfici. Quindi, la struttura di un oggetto, la forma essenziale, proiettata sul piano del foglio.

Con tale linguaggio rappresentativo è sempre consigliabile non riprodurre immagini prospettiche, preferendo immagini frontali e compositivamente semplici.

Anche se, poi, questo non accade mai!

I committenti si presentano spesso con immagini abbastanza complesse, spesso difficilmente comprensibili.

In questi casi, si procede con una sintesi pronunciata dell’immagine sorgente… dove si punta a rappresentare unicamente il o i soggetti chiave, estromettendo il resto. Se l’immagine lo permette, la si deve anche suddividere per quinte o piani di profondità, raffigurandoli fisicamente in separate tavole.

Tutto questo succede perché si va contro la natura stessa del disegno a rilievo che, come si diceva all’inizio, è utile per rappresentare immagini schematiche.

Se si ha la necessità di raffigurare un oggetto a tre dimensioni, come una scultura o meglio una architettura, si ricorre alle proiezioni ortogonali, più efficaci nella loro semplicità e rispettosi della natura di tale tecnica.

Non si può nascondere che questa modalità rappresentativa possa presentare notevoli difficoltà di comprensione da parte del fruitore, sebbene tali difficoltà possono essere “addolcite” preferendo soggetti semplici e rispettando le regole sintattiche del codice tattile per la traduzione dell’immagine.

Ma non è tutto da buttare… il disegno a rilievo presenta anche dei vantaggi, non solo limiti, che si comprendono solo con la piena conoscenza di questo linguaggio, allo scopo di non scivolare in risultati inefficaci.

Ma la prima regola, dettata anche dal buonsenso, sta nel capire che per effettuare una traduzione da una immagine e renderla pienamente fruibile a un privo della vista, bisognerà fare un lavoro specifico sulla interpretazione del soggetto, (dipinto, fotografia, ecc), volto a selezionare gli elementi essenziali, quelli più facilmente rappresentabili con tale linguaggio.

Ciò pone in evidenza il ruolo importante del disegnatore, che diventa una sorta di mediatore tra la realtà da rappresentare e il fruitore con disabilità visive.

Ripetiamolo (non fa mai male), il disegno a rilievo è un linguaggio adatto a rappresentare oggetti semplici, immagini frontali, scevre da ogni artificio prospettico, come le planimetrie, mappe, disegni geometrici, disegni architettonici (es. la facciata di un edificio).

Un disegno a rilievo realizzato a dovere garantisce una buona comunicazione di contenuti al fruitore, e una certa rapidità nella lettura tattile.

In relazione a questa categoria (il Disegno a rilievo), va detto che esistono differenti tecniche di realizzazione, ognuna con un proprio, caratteristico modo di rielaborare il soggetto da trattare per renderlo funzionale all’esplorazione tattile.

Ogni tecnica, quindi, produce risultati differenti, tutti molto interessanti; la possibilità di scegliere una tecnica rispetto all’altra ricade positivamente sulla necessità di risolvere uno specifico problema di tipo divulgativo, di volta in volta differente.

La tecnica più richiesta, per semplicità e rapidità nel produrre disegni a rilievo da immagini stampate è detta comunemente del “fornetto Minolta” (sebbene la Minolta non produca più questa tecnologia ormai da anni).

Il supporto è costituito da una speciale carta, detta a microcapsule.

Sono delle cellule termosensibili miscelate ad un impasto steso su un lato del foglio. Su questo foglio si stampa il disegno, rigorosamente in bianco e nero, del quale si vuole una restituzione a rilievo. Successivamente, si fa passare suddetto foglio all’interno di uno speciale fornetto a raggi infrarossi, in grado di produrre un calore di varia intensità.

A questo punto, investite da una forte ondata di calore, le cellule termosensibili letteralmente si gonfiano, ma solo in corrispondenza del segno nero stampato precedentemente.

Le parti del foglio non stampate rimangono lisce.

È una semplice tecnica molto richiesta, per via della sua semplicità d’uso e dei costi relativamente bassi: sono necessari una fotocopiatrice e /o una stampante a getto d’inchiostro, il fornetto ad infrarossi e carta a microcapsule.

La difficoltà risiede nel produrre un disegno che traduca in maniera efficace l’immagine che si vuole far esplorare e comprendere. Per ovviare a questo, esiste la possibilità di scaricare dal web disegni già eseguiti, in bianco e nero, pronti per essere stampati ed utilizzati.

Fin qui gli aspetti positivi di tale tecnica.

Tra quelli cosiddetti negativi, questa tecnica è più adatta a raffigurare immagini semplici, con viste frontali; immagini più complesse generano confusione a causa della complessità delle linee e degli elementi presenti.

Inoltre consente di avere rilievi di una sola altezza, di circa 1 millimetro: non si può dare vita a certi dinamismi tattili, che possono aiutare a percepire la profondità presente in alcune immagini.

Ancora, il segno a rilievo prodotto non è molto definito a causa proprio delle cellule termosensibili che si gonfiano in maniera autonoma, senza la possibilità di controllarne l’espansione.

Nonostante ciò, il disegno a rilievo su carta a microcapsule rimane il prodotto più richiesto in quanto supporto tiflodidattico.

Un parente stretto del disegno a rilievo su carta sopracitato è sicuramente il rilievo ottenuto per mezzo di stampa serigrafica. La stretta parentela è dovuta soprattutto dal tipo di risultato che si ottiene, ma con alcune differenze importanti.

Il procedimento serigrafico, attuabile solo da tipografie attrezzate (già la prima differenza con il sopracitato), consente di stampare dei rilievi in materiale siliconico, trasparente o colorato, sopra tavole precedentemente stampate. Inoltre, le caratteristiche della materia usata (gomma siliconica, con la tipica elevata elasticità e adesività), consente anche di stampare non solo su carta ma anche su plastica, metalli, vetro, legno. Molto spesso questa tecnica è utilizzata per pannelli e mappe tattili da usare all’esterno, ma anche in pubblicazioni di differente tipologia.

Come già detto, è una tecnica industriale, non realizzabile autonomamente.

In comune con la tecnica del fornetto, il rilievo qui ottenibile presenta una unica altezza e ciò può essere un limite.

Tra gli aspetti positivi, il segno a rilievo ottenuto è perfettamente leggibile con il tatto, appare netto e ben distinto dal fondo; inoltre, la tecnica serigrafica consente di stampare i rilievi in sovrapposizione ad immagini visibili all’occhio (disegni, testo), ottenendo così una duplice valenza didattica.

Appartenenti alla categoria del disegno a rilievo ci sono anche delle tecniche che definisco ibride, perché presentano, per loro natura, aspetti plastici, materici e volumetrici che vanno ad unirsi con il concetto del disegno a rilievo.

La tecnica / linguaggio detta Gaufrage (goffratura in italiano), permette di ottenere dei rilievi molto interessanti, belli da vedere e toccare, che possono raggiungere più di un livello di altezza.

La produzione è operazione quasi esclusivamente industriale.

È necessario avere, infatti, una pressa, e la possibilità di ottenere una matrice e una contro matrice in materiali molto resistenti alla torsione.

Il rilievo viene ottenuto tramite la forte pressione da parte della pressa, capace di sviluppare parecchie tonnellate. L’elasticità della contro matrice in fibra consente di ripartire uniformemente la pressione su tutte le superfici di contatto, dando modo alla carta di modellarsi su tutte le forme della matrice, evitando di strappare o di creare deformazioni.

Questa tecnica consente di ottenere rilievi di differente altezza, da mezzo millimetro a qualche millimetro, e ciò la rende idonea a creare dei rilievi simili a quelli prodotti plasticamente.

Sono molto belli e piacevoli, di qualità, da vedere ed esplorare con il tatto.

Dati i costi di produzione molto alti, è una tecnica valida per stampare alte tirature.

Altra tecnica / linguaggio molto valida, al fine della propedeutica tattile, è quella del “collage”. La si utilizza principalmente per la creazione dei cosiddetti libri tattili.

Il libro tattile, nato per stimolare la creatività nei bambini “normodotati”, può essere molto utile anche da parte di chi ha un deficit visivo.

Siffatti libri sono costituiti da immagini riprodotte con differenti materiali, molti dei quali sono di uso comune o provengono da oggetti di uso quotidiano (piume, stoffe, plastica, cartoncini di diverso spessore e texturizzati, bottoni, fogli di alluminio, ecc.), utilizzati come una sorta di rimando percettivo, visivo, tattile e uditivo, simbolico alle cose illustrate nel racconto illustrato.

Aggiungendo del testo in braille, o dei commenti sonori e verbali registrati e inseriti in tali pubblicazioni, questi libri diventano dei veri e propri strumenti didattici inclusivi, adatti sia al vedente che al fruitore con deficit visivo.

Questa è una modalità rappresentativa di semplice realizzazione, economica e facile da fare anche a casa in autonomia.

Ciò che è più complicato, semmai, è avere la conoscenza delle qualità espressive, tattili, sensoriali, della materia per rendere l’immagine, o la storia che si vuol rappresentare, comprensibile al tatto.

Il grande vantaggio del libro tattile, rispetto ad altre modalità già discusse, sta nel grande potere immaginativo ed evocativo che possono produrre i vari materiali se associati con cura tra loro.

Ciò stimola l’immaginazione, il senso del tatto, della vista, dell’udito del potenziale fruitore.

I vari materiali possono avere le caratteristiche tattili, visive e anche uditive dei materiali di cui è costituito l’oggetto rappresentato nel libro, o comunque evoca una sua caratteristica.

Per esempio, se si vuole raffigurare il mare si potranno utilizzare fogli di alluminio, magari increspati, accartocciati, così che toccandoli e muovendoli si avrà un rimando alle stesse sensazioni percettive del reale: l’acqua del mare è fredda, liscia, e caratteristico è il suono che produce quando è leggermente mosso…

O le nuvole, per esempio: il loro aspetto soffice e bianco (ma tattilmente impalpabile nella realtà) potrebbe essere suggerito utilizzando del cotone, lasciato molto arioso… o la terra, usando della sabbia miscelata a della polvere di legno, incollata sul supporto… ci rimanda al suo calore e alla sua consistenza.

La modalità del collage assume il valore di attività inclusiva, che crea pari opportunità promuovendo l’integrazione dell’alunno disabile con gli altri normodotati.

Potrebbe essere proprio l’allievo disabile, infatti, a guidare gli altri “normodotati” nella realizzazione delle illustrazioni tattili, avendo lui sviluppato una forte sensibilità a tale atto percettivo.

La modalità espressiva, didattica, del collage multimaterico è attività molto utile, infine, a tutte le categorie di utenti, che così possono sviluppare (per i più giovani) o allenare una buona attitudine al lavoro creativo manuale, migliorando il coordinamento psico motorio, purtroppo sempre meno attivo nei giovani del presente.

Ormai lo sanno anche i bambini.

L’arte è una componente fondamentale, parte integrante della nostra cultura e della nostra storia.

Andando al sodo, le persone con deficit visivo non possono avvalersi (ancora) di una valida educazione all’arte e all’estetica, e non hanno (ancora) un pieno accesso alla fruizione dei beni artistici e culturali, nonostante i tanti traguardi raggiunti in questi ultimi anni.

In un recente passato regnava (vergognosamente) una scarsa attenzione sul piano sociale delle esigenze del non vedente in questo campo; le cosiddette “arti visive” possono essere godute solo da chi possiede i giusti requisiti (la vista) per farlo.

Altrimenti è tutto inutile.

Ma come può un cieco vedere un dipinto, o una scultura, o le fattezze di un tempio, o gli interni di una basilica…

“Se non possono vedere, se ne stiano a casa e non escano a creare problemi…”

All’oggi, possiamo affermare con assoluta certezza che anche un cieco può godere (anche se diversamente) delle meraviglie dell’Arte… con le dovute attenzioni, però, attuando la presenza, nei luoghi dell’arte, di determinati sussidi o strumenti che possano agire da catalizzatori estetici…

La comparsa di strutture adeguate allo scopo risponde a questa rinnovata attenzione per le esigenze di tali fruitori della cultura.

Esigenze che non sono solo per pochi, come scopriremo tra poco.

Ma lo sanno anche i bambini, si tratta di educazione.

Il problema, se così lo si può definire, deve essere affrontato già nei primi anni di scuola dell’infanzia. Già, il non vedente dovrà essere educato all’arte e all’estetica già in tenera età.

Solo così potrà, da adulto, apprezzare il valore estetico e culturale di un’opera d’arte, conosciuta attraverso esperienze tattili e di studio effettuate tramite riproduzioni, ovvero supporti tiflodidattici.

Eccoli, i supporti tiflodidattici.

Sono definiti strumenti o supporti quei manufatti che vengono utilizzati dall’educatore quale sussidio in un lavoro di educazione alla storia dell’arte, per esempio. Ma possono essere utilizzati per altri scopi, in altri campi che possono interessare la persona con problemi di disabilità visiva.

I cosiddetti supporti tiflodidattici sono estremamente importanti, proprio per assicurare un efficace lavoro didattico e assicurare, così, una veloce e permanente comprensione da parte del fruitore.

Venendo al soldo del discorso, come sono fatti questi supporti tiflodidattici? Ne esistono di vari tipi?

Si. Diciamo che vi sono tanti tipi di supporti tiflodidattici per quante sono le esigenze di chi si trova a doverli usare. Tali supporti si differenziano notevolmente tra loro, sia per qualità didattiche che per costi di realizzazione. Proviamo ad elencarli tutti, discutendo anche dei pro e dei contro, proponendo una veloce panoramica che segue un criterio ben preciso. Ogni tipologia didattica possiede caratteristiche che possono essere sfruttate a seconda dell’obbiettivo da raggiungere.

Beh, sembra quasi ovvio, ma la forma d’arte più accessibile al non vedente è… la scultura!

Ecco il primo tipo di supporto tiflodidattico.

La scultura, sia essa originale che in copia da calco al vero.

Qui intesa come oggetto avente tre dimensioni, perfettamente accessibile e scevra da ulteriori mediazioni cognitive (come invece avviene per altri tipi di supporti didattici).

Grazie alla sua natura tridimensionale, permette al fruitore di esplorare l’oggetto da qualsiasi punto, dandogli la possibilità di ricreare, nella sua mente, una corretta immagine tattile del soggetto rappresentato (ah, dimenticavo di dire che l’immagine tattile è squisitamente mentale).

Quindi la prima tipologia di supporto tattile con forte propensione all’attività didattico-cognitiva è proprio la scultura!

Non a caso, la collezione del Museo Omero è composta proprio da copie da calco al vero delle maggiori opere d’arte che la storia ci ha restituito, integre o meno…

E non si può non fare un cenno di come ciò costituisca una novità… proprio nell’uso che si fa di queste copie, prodotte dalle tante gipsoteche italiane.

La storia della copia in gesso è lunga e complessa, arrivando alle gipsoteche esistenti ad Atene in età classica, ma in genere l’uso tipico che si fa di tali copie è di tipo didattico, nelle scuole d’arte, per il disegno al vero e gli esercizi di scultura… quindi innovativo è il tipo di utilizzo che il museo omero fa di queste copie!

Quindi, tra tutte le tipologie tiflodidattiche, questa (la scultura, oggetto a tre dimensioni) è quella che più si avvicina alla realtà.

Altro esempio di supporto tiflodidattico a tre dimensioni è la riproduzione in scala ridotta di architetture, o di elementi architettonici (ordini, decorazioni, ecc), molto utili nella difficile comprensione (da parte del disabile visivo) dell’arte architettonica.

Solo la riduzione in scala può mostrare per intero un edificio. Si rendono necessarie, per migliorare o affinare la comprensione, le aperture, nel modello architettonico, di una sezione per facilitare l’esplorazione degli interni.

Anche nel caso dei modelli architettonici, come per la copia in scultura, si usa il gesso, la resina, il legno (forse il materiale preferito al tatto, vuoi per la sua natura organica, per il calore al tatto e gli odori in grado di emanare…).

Possiamo annoverare al secondo posto, in qualità di supporto tiflodidattico, la tipologia del rilievo scultoreo. Che poi si suddivide in alto-rilievo e basso-rilievo. Differenze tra i due ne passano, e non sono poche!

Vediamo.

L’altorilievo possiede dei volumi del modellato che si staccano per più della metà dal piano di fondo, liscio e piatto, mantenendo una buona dose di tridimensionalità pura e pulita, libera da piani prospettici, scorci e deformazioni varie.

Il bassorilievo, diversamente, presenta dei volumi del modellato che emergono per meno della metà dal piano di fondo, e possono facilmente presentare schiacciamenti prospettici, ovvero deformazioni che sembrano più appartenere al mondo del disegno o della pittura che alla scultura.

Rispetto all’esplorazione tattile di una scultura a tuttotondo, queste tipologie presentano un grado -o due- di difficoltà in più…

Queste due modalità di rappresentazione potrebbero essere comprese, concettualmente, come una sorta di passaggio, di transizione dai volumi pieni di una scultura a tuttotondo alla bidimensionalità del disegno. I volumi perdono via via la loro consistenza, sgonfiandosi quasi, lasciando emergere solo le linee costituenti le forme, proiettate su di un foglio piano.

Nella pratica dell’esplorazione tattile e della comprensione, l’altorilievo conserva quella facilità di esplorazione che può essere più vicina o simile alla scultura a tuttotondo, sua parente stretta, mentre così non è per quanto riguarda il bassorilievo, a causa di questa perdita graduale delle caratteristiche di tridimensionalità e l’introduzione di artifici prospettici, come gli scorci, che simulano il comportamento della vista.

Quindi, come si evince da questo percorso, arriviamo al metodo rappresentativo del Disegno a rilievo. Che, anche in questo caso, si suddivide in tante sfaccettature, ognuna con la sua particolarità.

Per “disegno a rilievo” si intende un foglio di carta (o altro materiale simile), comunque piano, dove emerge solo, con una altezza massima di un millimetro, un segno a rilievo.

Il rilievo in questione non vuole (e non può) simulare i volumi degli oggetti da rappresentare, ma può agilmente raffigurarne le linee, i punti e le superfici. Quindi, la struttura di un oggetto, la forma essenziale, proiettata sul piano del foglio.

Con tale linguaggio rappresentativo è sempre consigliabile non riprodurre immagini prospettiche, preferendo immagini frontali e compositivamente semplici.

Anche se, poi, questo non accade mai!

I committenti si presentano spesso con immagini abbastanza complesse, spesso difficilmente comprensibili.

In questi casi, si procede con una sintesi pronunciata dell’immagine sorgente… dove si punta a rappresentare unicamente il o i soggetti chiave, estromettendo il resto. Se l’immagine lo permette, la si deve anche suddividere per quinte o piani di profondità, raffigurandoli fisicamente in separate tavole.

Tutto questo succede perché si va contro la natura stessa del disegno a rilievo che, come si diceva all’inizio, è utile per rappresentare immagini schematiche.

Se si ha la necessità di raffigurare un oggetto a tre dimensioni, come una scultura o meglio una architettura, si ricorre alle proiezioni ortogonali, più efficaci nella loro semplicità e rispettosi della natura di tale tecnica.

Non si può nascondere che questa modalità rappresentativa possa presentare notevoli difficoltà di comprensione da parte del fruitore, sebbene tali difficoltà possono essere “addolcite” preferendo soggetti semplici e rispettando le regole sintattiche del codice tattile per la traduzione dell’immagine.

Ma non è tutto da buttare… il disegno a rilievo presenta anche dei vantaggi, non solo limiti, che si comprendono solo con la piena conoscenza di questo linguaggio, allo scopo di non scivolare in risultati inefficaci.

Ma la prima regola, dettata anche dal buonsenso, sta nel capire che per effettuare una traduzione da una immagine e renderla pienamente fruibile a un privo della vista, bisognerà fare un lavoro specifico sulla interpretazione del soggetto, (dipinto, fotografia, ecc), volto a selezionare gli elementi essenziali, quelli più facilmente rappresentabili con tale linguaggio.

Ciò pone in evidenza il ruolo importante del disegnatore, che diventa una sorta di mediatore tra la realtà da rappresentare e il fruitore con disabilità visive.

Ripetiamolo (non fa mai male), il disegno a rilievo è un linguaggio adatto a rappresentare oggetti semplici, immagini frontali, scevre da ogni artificio prospettico, come le planimetrie, mappe, disegni geometrici, disegni architettonici (es. la facciata di un edificio).

Un disegno a rilievo realizzato a dovere garantisce una buona comunicazione di contenuti al fruitore, e una certa rapidità nella lettura tattile.

In relazione a questa categoria (il Disegno a rilievo), va detto che esistono differenti tecniche di realizzazione, ognuna con un proprio, caratteristico modo di rielaborare il soggetto da trattare per renderlo funzionale all’esplorazione tattile.

Ogni tecnica, quindi, produce risultati differenti, tutti molto interessanti; la possibilità di scegliere una tecnica rispetto all’altra ricade positivamente sulla necessità di risolvere uno specifico problema di tipo divulgativo, di volta in volta differente.

La tecnica più richiesta, per semplicità e rapidità nel produrre disegni a rilievo da immagini stampate è detta comunemente del “fornetto Minolta” (sebbene la Minolta non produca più questa tecnologia ormai da anni).

Il supporto è costituito da una speciale carta, detta a microcapsule.

Sono delle cellule termosensibili miscelate ad un impasto steso su un lato del foglio. Su questo foglio si stampa il disegno, rigorosamente in bianco e nero, del quale si vuole una restituzione a rilievo. Successivamente, si fa passare suddetto foglio all’interno di uno speciale fornetto a raggi infrarossi, in grado di produrre un calore di varia intensità.

A questo punto, investite da una forte ondata di calore, le cellule termosensibili letteralmente si gonfiano, ma solo in corrispondenza del segno nero stampato precedentemente.

Le parti del foglio non stampate rimangono lisce.

È una semplice tecnica molto richiesta, per via della sua semplicità d’uso e dei costi relativamente bassi: sono necessari una fotocopiatrice e /o una stampante a getto d’inchiostro, il fornetto ad infrarossi e carta a microcapsule.

La difficoltà risiede nel produrre un disegno che traduca in maniera efficace l’immagine che si vuole far esplorare e comprendere. Per ovviare a questo, esiste la possibilità di scaricare dal web disegni già eseguiti, in bianco e nero, pronti per essere stampati ed utilizzati.

Fin qui gli aspetti positivi di tale tecnica.

Tra quelli cosiddetti negativi, questa tecnica è più adatta a raffigurare immagini semplici, con viste frontali; immagini più complesse generano confusione a causa della complessità delle linee e degli elementi presenti.

Inoltre consente di avere rilievi di una sola altezza, di circa 1 millimetro: non si può dare vita a certi dinamismi tattili, che possono aiutare a percepire la profondità presente in alcune immagini.

Ancora, il segno a rilievo prodotto non è molto definito a causa proprio delle cellule termosensibili che si gonfiano in maniera autonoma, senza la possibilità di controllarne l’espansione.

Nonostante ciò, il disegno a rilievo su carta a microcapsule rimane il prodotto più richiesto in quanto supporto tiflodidattico.

Un parente stretto del disegno a rilievo su carta sopracitato è sicuramente il rilievo ottenuto per mezzo di stampa serigrafica. La stretta parentela è dovuta soprattutto dal tipo di risultato che si ottiene, ma con alcune differenze importanti.

Il procedimento serigrafico, attuabile solo da tipografie attrezzate (già la prima differenza con il sopracitato), consente di stampare dei rilievi in materiale siliconico, trasparente o colorato, sopra tavole precedentemente stampate. Inoltre, le caratteristiche della materia usata (gomma siliconica, con la tipica elevata elasticità e adesività), consente anche di stampare non solo su carta ma anche su plastica, metalli, vetro, legno. Molto spesso questa tecnica è utilizzata per pannelli e mappe tattili da usare all’esterno, ma anche in pubblicazioni di differente tipologia.

Come già detto, è una tecnica industriale, non realizzabile autonomamente.

In comune con la tecnica del fornetto, il rilievo qui ottenibile presenta una unica altezza e ciò può essere un limite.

Tra gli aspetti positivi, il segno a rilievo ottenuto è perfettamente leggibile con il tatto, appare netto e ben distinto dal fondo; inoltre, la tecnica serigrafica consente di stampare i rilievi in sovrapposizione ad immagini visibili all’occhio (disegni, testo), ottenendo così una duplice valenza didattica.

Appartenenti alla categoria del disegno a rilievo ci sono anche delle tecniche che definisco ibride, perché presentano, per loro natura, aspetti plastici, materici e volumetrici che vanno ad unirsi con il concetto del disegno a rilievo.

La tecnica / linguaggio detta Gaufrage (goffratura in italiano), permette di ottenere dei rilievi molto interessanti, belli da vedere e toccare, che possono raggiungere più di un livello di altezza.

La produzione è operazione quasi esclusivamente industriale.

È necessario avere, infatti, una pressa, e la possibilità di ottenere una matrice e una contro matrice in materiali molto resistenti alla torsione.

Il rilievo viene ottenuto tramite la forte pressione da parte della pressa, capace di sviluppare parecchie tonnellate. L’elasticità della contro matrice in fibra consente di ripartire uniformemente la pressione su tutte le superfici di contatto, dando modo alla carta di modellarsi su tutte le forme della matrice, evitando di strappare o di creare deformazioni.

Questa tecnica consente di ottenere rilievi di differente altezza, da mezzo millimetro a qualche millimetro, e ciò la rende idonea a creare dei rilievi simili a quelli prodotti plasticamente.

Sono molto belli e piacevoli, di qualità, da vedere ed esplorare con il tatto.

Dati i costi di produzione molto alti, è una tecnica valida per stampare alte tirature.

Altra tecnica / linguaggio molto valida, al fine della propedeutica tattile, è quella del “collage”. La si utilizza principalmente per la creazione dei cosiddetti libri tattili.

Il libro tattile, nato per stimolare la creatività nei bambini “normodotati”, può essere molto utile anche da parte di chi ha un deficit visivo.

Siffatti libri sono costituiti da immagini riprodotte con differenti materiali, molti dei quali sono di uso comune o provengono da oggetti di uso quotidiano (piume, stoffe, plastica, cartoncini di diverso spessore e texturizzati, bottoni, fogli di alluminio, ecc.), utilizzati come una sorta di rimando percettivo, visivo, tattile e uditivo, simbolico alle cose illustrate nel racconto illustrato.

Aggiungendo del testo in braille, o dei commenti sonori e verbali registrati e inseriti in tali pubblicazioni, questi libri diventano dei veri e propri strumenti didattici inclusivi, adatti sia al vedente che al fruitore con deficit visivo.

Questa è una modalità rappresentativa di semplice realizzazione, economica e facile da fare anche a casa in autonomia.

Ciò che è più complicato, semmai, è avere la conoscenza delle qualità espressive, tattili, sensoriali, della materia per rendere l’immagine, o la storia che si vuol rappresentare, comprensibile al tatto.

Il grande vantaggio del libro tattile, rispetto ad altre modalità già discusse, sta nel grande potere immaginativo ed evocativo che possono produrre i vari materiali se associati con cura tra loro.

Ciò stimola l’immaginazione, il senso del tatto, della vista, dell’udito del potenziale fruitore.

I vari materiali possono avere le caratteristiche tattili, visive e anche uditive dei materiali di cui è costituito l’oggetto rappresentato nel libro, o comunque evoca una sua caratteristica.

Per esempio, se si vuole raffigurare il mare si potranno utilizzare fogli di alluminio, magari increspati, accartocciati, così che toccandoli e muovendoli si avrà un rimando alle stesse sensazioni percettive del reale: l’acqua del mare è fredda, liscia, e caratteristico è il suono che produce quando è leggermente mosso…

O le nuvole, per esempio: il loro aspetto soffice e bianco (ma tattilmente impalpabile nella realtà) potrebbe essere suggerito utilizzando del cotone, lasciato molto arioso… o la terra, usando della sabbia miscelata a della polvere di legno, incollata sul supporto… ci rimanda al suo calore e alla sua consistenza.

La modalità del collage assume il valore di attività inclusiva, che crea pari opportunità promuovendo l’integrazione dell’alunno disabile con gli altri normodotati.

Potrebbe essere proprio l’allievo disabile, infatti, a guidare gli altri “normodotati” nella realizzazione delle illustrazioni tattili, avendo lui sviluppato una forte sensibilità a tale atto percettivo.

La modalità espressiva, didattica, del collage multimaterico è attività molto utile, infine, a tutte le categorie di utenti, che così possono sviluppare (per i più giovani) o allenare una buona attitudine al lavoro creativo manuale, migliorando il coordinamento psico motorio, purtroppo sempre meno attivo nei giovani del presente.

Ormai lo sanno anche i bambini.

L’arte è una componente fondamentale, parte integrante della nostra cultura e della nostra storia.

Andando al sodo, le persone con deficit visivo non possono avvalersi (ancora) di una valida educazione all’arte e all’estetica, e non hanno (ancora) un pieno accesso alla fruizione dei beni artistici e culturali, nonostante i tanti traguardi raggiunti in questi ultimi anni.

In un recente passato regnava (vergognosamente) una scarsa attenzione sul piano sociale delle esigenze del non vedente in questo campo; le cosiddette “arti visive” possono essere godute solo da chi possiede i giusti requisiti (la vista) per farlo.

Altrimenti è tutto inutile.

Ma come può un cieco vedere un dipinto, o una scultura, o le fattezze di un tempio, o gli interni di una basilica…

“Se non possono vedere, se ne stiano a casa e non escano a creare problemi…”

All’oggi, possiamo affermare con assoluta certezza che anche un cieco può godere (anche se diversamente) delle meraviglie dell’Arte… con le dovute attenzioni, però, attuando la presenza, nei luoghi dell’arte, di determinati sussidi o strumenti che possano agire da catalizzatori estetici…

La comparsa di strutture adeguate allo scopo risponde a questa rinnovata attenzione per le esigenze di tali fruitori della cultura.

Esigenze che non sono solo per pochi, come scopriremo tra poco.

Ma lo sanno anche i bambini, si tratta di educazione.

Il problema, se così lo si può definire, deve essere affrontato già nei primi anni di scuola dell’infanzia. Già, il non vedente dovrà essere educato all’arte e all’estetica già in tenera età.

Solo così potrà, da adulto, apprezzare il valore estetico e culturale di un’opera d’arte, conosciuta attraverso esperienze tattili e di studio effettuate tramite riproduzioni, ovvero supporti tiflodidattici.

Eccoli, i supporti tiflodidattici.

Sono definiti strumenti o supporti quei manufatti che vengono utilizzati dall’educatore quale sussidio in un lavoro di educazione alla storia dell’arte, per esempio. Ma possono essere utilizzati per altri scopi, in altri campi che possono interessare la persona con problemi di disabilità visiva.

I cosiddetti supporti tiflodidattici sono estremamente importanti, proprio per assicurare un efficace lavoro didattico e assicurare, così, una veloce e permanente comprensione da parte del fruitore.

Venendo al soldo del discorso, come sono fatti questi supporti tiflodidattici? Ne esistono di vari tipi?

Si. Diciamo che vi sono tanti tipi di supporti tiflodidattici per quante sono le esigenze di chi si trova a doverli usare. Tali supporti si differenziano notevolmente tra loro, sia per qualità didattiche che per costi di realizzazione. Proviamo ad elencarli tutti, discutendo anche dei pro e dei contro, proponendo una veloce panoramica che segue un criterio ben preciso. Ogni tipologia didattica possiede caratteristiche che possono essere sfruttate a seconda dell’obbiettivo da raggiungere.

Beh, sembra quasi ovvio, ma la forma d’arte più accessibile al non vedente è… la scultura!

Ecco il primo tipo di supporto tiflodidattico.

La scultura, sia essa originale che in copia da calco al vero.

Qui intesa come oggetto avente tre dimensioni, perfettamente accessibile e scevra da ulteriori mediazioni cognitive (come invece avviene per altri tipi di supporti didattici).

Grazie alla sua natura tridimensionale, permette al fruitore di esplorare l’oggetto da qualsiasi punto, dandogli la possibilità di ricreare, nella sua mente, una corretta immagine tattile del soggetto rappresentato (ah, dimenticavo di dire che l’immagine tattile è squisitamente mentale).

Quindi la prima tipologia di supporto tattile con forte propensione all’attività didattico-cognitiva è proprio la scultura!

Non a caso, la collezione del Museo Omero è composta proprio da copie da calco al vero delle maggiori opere d’arte che la storia ci ha restituito, integre o meno…

E non si può non fare un cenno di come ciò costituisca una novità… proprio nell’uso che si fa di queste copie, prodotte dalle tante gipsoteche italiane.

La storia della copia in gesso è lunga e complessa, arrivando alle gipsoteche esistenti ad Atene in età classica, ma in genere l’uso tipico che si fa di tali copie è di tipo didattico, nelle scuole d’arte, per il disegno al vero e gli esercizi di scultura… quindi innovativo è il tipo di utilizzo che il museo omero fa di queste copie!

Quindi, tra tutte le tipologie tiflodidattiche, questa (la scultura, oggetto a tre dimensioni) è quella che più si avvicina alla realtà.

Altro esempio di supporto tiflodidattico a tre dimensioni è la riproduzione in scala ridotta di architetture, o di elementi architettonici (ordini, decorazioni, ecc), molto utili nella difficile comprensione (da parte del disabile visivo) dell’arte architettonica.

Solo la riduzione in scala può mostrare per intero un edificio. Si rendono necessarie, per migliorare o affinare la comprensione, le aperture, nel modello architettonico, di una sezione per facilitare l’esplorazione degli interni.

Anche nel caso dei modelli architettonici, come per la copia in scultura, si usa il gesso, la resina, il legno (forse il materiale preferito al tatto, vuoi per la sua natura organica, per il calore al tatto e gli odori in grado di emanare…).

Possiamo annoverare al secondo posto, in qualità di supporto tiflodidattico, la tipologia del rilievo scultoreo. Che poi si suddivide in alto-rilievo e basso-rilievo. Differenze tra i due ne passano, e non sono poche!

Vediamo.

L’altorilievo possiede dei volumi del modellato che si staccano per più della metà dal piano di fondo, liscio e piatto, mantenendo una buona dose di tridimensionalità pura e pulita, libera da piani prospettici, scorci e deformazioni varie.

Il bassorilievo, diversamente, presenta dei volumi del modellato che emergono per meno della metà dal piano di fondo, e possono facilmente presentare schiacciamenti prospettici, ovvero deformazioni che sembrano più appartenere al mondo del disegno o della pittura che alla scultura.

Rispetto all’esplorazione tattile di una scultura a tuttotondo, queste tipologie presentano un grado -o due- di difficoltà in più…

Queste due modalità di rappresentazione potrebbero essere comprese, concettualmente, come una sorta di passaggio, di transizione dai volumi pieni di una scultura a tuttotondo alla bidimensionalità del disegno. I volumi perdono via via la loro consistenza, sgonfiandosi quasi, lasciando emergere solo le linee costituenti le forme, proiettate su di un foglio piano.

Nella pratica dell’esplorazione tattile e della comprensione, l’altorilievo conserva quella facilità di esplorazione che può essere più vicina o simile alla scultura a tuttotondo, sua parente stretta, mentre così non è per quanto riguarda il bassorilievo, a causa di questa perdita graduale delle caratteristiche di tridimensionalità e l’introduzione di artifici prospettici, come gli scorci, che simulano il comportamento della vista.

Quindi, come si evince da questo percorso, arriviamo al metodo rappresentativo del Disegno a rilievo. Che, anche in questo caso, si suddivide in tante sfaccettature, ognuna con la sua particolarità.

Per “disegno a rilievo” si intende un foglio di carta (o altro materiale simile), comunque piano, dove emerge solo, con una altezza massima di un millimetro, un segno a rilievo.

Il rilievo in questione non vuole (e non può) simulare i volumi degli oggetti da rappresentare, ma può agilmente raffigurarne le linee, i punti e le superfici. Quindi, la struttura di un oggetto, la forma essenziale, proiettata sul piano del foglio.

Con tale linguaggio rappresentativo è sempre consigliabile non riprodurre immagini prospettiche, preferendo immagini frontali e compositivamente semplici.

Anche se, poi, questo non accade mai!

I committenti si presentano spesso con immagini abbastanza complesse, spesso difficilmente comprensibili.

In questi casi, si procede con una sintesi pronunciata dell’immagine sorgente… dove si punta a rappresentare unicamente il o i soggetti chiave, estromettendo il resto. Se l’immagine lo permette, la si deve anche suddividere per quinte o piani di profondità, raffigurandoli fisicamente in separate tavole.

Tutto questo succede perché si va contro la natura stessa del disegno a rilievo che, come si diceva all’inizio, è utile per rappresentare immagini schematiche.

Se si ha la necessità di raffigurare un oggetto a tre dimensioni, come una scultura o meglio una architettura, si ricorre alle proiezioni ortogonali, più efficaci nella loro semplicità e rispettosi della natura di tale tecnica.

Non si può nascondere che questa modalità rappresentativa possa presentare notevoli difficoltà di comprensione da parte del fruitore, sebbene tali difficoltà possono essere “addolcite” preferendo soggetti semplici e rispettando le regole sintattiche del codice tattile per la traduzione dell’immagine.

Ma non è tutto da buttare… il disegno a rilievo presenta anche dei vantaggi, non solo limiti, che si comprendono solo con la piena conoscenza di questo linguaggio, allo scopo di non scivolare in risultati inefficaci.

Ma la prima regola, dettata anche dal buonsenso, sta nel capire che per effettuare una traduzione da una immagine e renderla pienamente fruibile a un privo della vista, bisognerà fare un lavoro specifico sulla interpretazione del soggetto, (dipinto, fotografia, ecc), volto a selezionare gli elementi essenziali, quelli più facilmente rappresentabili con tale linguaggio.

Ciò pone in evidenza il ruolo importante del disegnatore, che diventa una sorta di mediatore tra la realtà da rappresentare e il fruitore con disabilità visive.

Ripetiamolo (non fa mai male), il disegno a rilievo è un linguaggio adatto a rappresentare oggetti semplici, immagini frontali, scevre da ogni artificio prospettico, come le planimetrie, mappe, disegni geometrici, disegni architettonici (es. la facciata di un edificio).

Un disegno a rilievo realizzato a dovere garantisce una buona comunicazione di contenuti al fruitore, e una certa rapidità nella lettura tattile.

In relazione a questa categoria (il Disegno a rilievo), va detto che esistono differenti tecniche di realizzazione, ognuna con un proprio, caratteristico modo di rielaborare il soggetto da trattare per renderlo funzionale all’esplorazione tattile.

Ogni tecnica, quindi, produce risultati differenti, tutti molto interessanti; la possibilità di scegliere una tecnica rispetto all’altra ricade positivamente sulla necessità di risolvere uno specifico problema di tipo divulgativo, di volta in volta differente.

La tecnica più richiesta, per semplicità e rapidità nel produrre disegni a rilievo da immagini stampate è detta comunemente del “fornetto Minolta” (sebbene la Minolta non produca più questa tecnologia ormai da anni).

Il supporto è costituito da una speciale carta, detta a microcapsule.

Sono delle cellule termosensibili miscelate ad un impasto steso su un lato del foglio. Su questo foglio si stampa il disegno, rigorosamente in bianco e nero, del quale si vuole una restituzione a rilievo. Successivamente, si fa passare suddetto foglio all’interno di uno speciale fornetto a raggi infrarossi, in grado di produrre un calore di varia intensità.

A questo punto, investite da una forte ondata di calore, le cellule termosensibili letteralmente si gonfiano, ma solo in corrispondenza del segno nero stampato precedentemente.

Le parti del foglio non stampate rimangono lisce.

È una semplice tecnica molto richiesta, per via della sua semplicità d’uso e dei costi relativamente bassi: sono necessari una fotocopiatrice e /o una stampante a getto d’inchiostro, il fornetto ad infrarossi e carta a microcapsule.

La difficoltà risiede nel produrre un disegno che traduca in maniera efficace l’immagine che si vuole far esplorare e comprendere. Per ovviare a questo, esiste la possibilità di scaricare dal web disegni già eseguiti, in bianco e nero, pronti per essere stampati ed utilizzati.

Fin qui gli aspetti positivi di tale tecnica.

Tra quelli cosiddetti negativi, questa tecnica è più adatta a raffigurare immagini semplici, con viste frontali; immagini più complesse generano confusione a causa della complessità delle linee e degli elementi presenti.

Inoltre consente di avere rilievi di una sola altezza, di circa 1 millimetro: non si può dare vita a certi dinamismi tattili, che possono aiutare a percepire la profondità presente in alcune immagini.

Ancora, il segno a rilievo prodotto non è molto definito a causa proprio delle cellule termosensibili che si gonfiano in maniera autonoma, senza la possibilità di controllarne l’espansione.

Nonostante ciò, il disegno a rilievo su carta a microcapsule rimane il prodotto più richiesto in quanto supporto tiflodidattico.

Un parente stretto del disegno a rilievo su carta sopracitato è sicuramente il rilievo ottenuto per mezzo di stampa serigrafica. La stretta parentela è dovuta soprattutto dal tipo di risultato che si ottiene, ma con alcune differenze importanti.

Il procedimento serigrafico, attuabile solo da tipografie attrezzate (già la prima differenza con il sopracitato), consente di stampare dei rilievi in materiale siliconico, trasparente o colorato, sopra tavole precedentemente stampate. Inoltre, le caratteristiche della materia usata (gomma siliconica, con la tipica elevata elasticità e adesività), consente anche di stampare non solo su carta ma anche su plastica, metalli, vetro, legno. Molto spesso questa tecnica è utilizzata per pannelli e mappe tattili da usare all’esterno, ma anche in pubblicazioni di differente tipologia.

Come già detto, è una tecnica industriale, non realizzabile autonomamente.

In comune con la tecnica del fornetto, il rilievo qui ottenibile presenta una unica altezza e ciò può essere un limite.

Tra gli aspetti positivi, il segno a rilievo ottenuto è perfettamente leggibile con il tatto, appare netto e ben distinto dal fondo; inoltre, la tecnica serigrafica consente di stampare i rilievi in sovrapposizione ad immagini visibili all’occhio (disegni, testo), ottenendo così una duplice valenza didattica.

Appartenenti alla categoria del disegno a rilievo ci sono anche delle tecniche che definisco ibride, perché presentano, per loro natura, aspetti plastici, materici e volumetrici che vanno ad unirsi con il concetto del disegno a rilievo.

La tecnica / linguaggio detta Gaufrage (goffratura in italiano), permette di ottenere dei rilievi molto interessanti, belli da vedere e toccare, che possono raggiungere più di un livello di altezza.

La produzione è operazione quasi esclusivamente industriale.

È necessario avere, infatti, una pressa, e la possibilità di ottenere una matrice e una contro matrice in materiali molto resistenti alla torsione.

Il rilievo viene ottenuto tramite la forte pressione da parte della pressa, capace di sviluppare parecchie tonnellate. L’elasticità della contro matrice in fibra consente di ripartire uniformemente la pressione su tutte le superfici di contatto, dando modo alla carta di modellarsi su tutte le forme della matrice, evitando di strappare o di creare deformazioni.

Questa tecnica consente di ottenere rilievi di differente altezza, da mezzo millimetro a qualche millimetro, e ciò la rende idonea a creare dei rilievi simili a quelli prodotti plasticamente.

Sono molto belli e piacevoli, di qualità, da vedere ed esplorare con il tatto.

Dati i costi di produzione molto alti, è una tecnica valida per stampare alte tirature.

Altra tecnica / linguaggio molto valida, al fine della propedeutica tattile, è quella del “collage”. La si utilizza principalmente per la creazione dei cosiddetti libri tattili.

Il libro tattile, nato per stimolare la creatività nei bambini “normodotati”, può essere molto utile anche da parte di chi ha un deficit visivo.

Siffatti libri sono costituiti da immagini riprodotte con differenti materiali, molti dei quali sono di uso comune o provengono da oggetti di uso quotidiano (piume, stoffe, plastica, cartoncini di diverso spessore e texturizzati, bottoni, fogli di alluminio, ecc.), utilizzati come una sorta di rimando percettivo, visivo, tattile e uditivo, simbolico alle cose illustrate nel racconto illustrato.

Aggiungendo del testo in braille, o dei commenti sonori e verbali registrati e inseriti in tali pubblicazioni, questi libri diventano dei veri e propri strumenti didattici inclusivi, adatti sia al vedente che al fruitore con deficit visivo.

Questa è una modalità rappresentativa di semplice realizzazione, economica e facile da fare anche a casa in autonomia.

Ciò che è più complicato, semmai, è avere la conoscenza delle qualità espressive, tattili, sensoriali, della materia per rendere l’immagine, o la storia che si vuol rappresentare, comprensibile al tatto.

Il grande vantaggio del libro tattile, rispetto ad altre modalità già discusse, sta nel grande potere immaginativo ed evocativo che possono produrre i vari materiali se associati con cura tra loro.

Ciò stimola l’immaginazione, il senso del tatto, della vista, dell’udito del potenziale fruitore.

I vari materiali possono avere le caratteristiche tattili, visive e anche uditive dei materiali di cui è costituito l’oggetto rappresentato nel libro, o comunque evoca una sua caratteristica.

Per esempio, se si vuole raffigurare il mare si potranno utilizzare fogli di alluminio, magari increspati, accartocciati, così che toccandoli e muovendoli si avrà un rimando alle stesse sensazioni percettive del reale: l’acqua del mare è fredda, liscia, e caratteristico è il suono che produce quando è leggermente mosso…

O le nuvole, per esempio: il loro aspetto soffice e bianco (ma tattilmente impalpabile nella realtà) potrebbe essere suggerito utilizzando del cotone, lasciato molto arioso… o la terra, usando della sabbia miscelata a della polvere di legno, incollata sul supporto… ci rimanda al suo calore e alla sua consistenza.

La modalità del collage assume il valore di attività inclusiva, che crea pari opportunità promuovendo l’integrazione dell’alunno disabile con gli altri normodotati.

Potrebbe essere proprio l’allievo disabile, infatti, a guidare gli altri “normodotati” nella realizzazione delle illustrazioni tattili, avendo lui sviluppato una forte sensibilità a tale atto percettivo.

La modalità espressiva, didattica, del collage multimaterico è attività molto utile, infine, a tutte le categorie di utenti, che così possono sviluppare (per i più giovani) o allenare una buona attitudine al lavoro creativo manuale, migliorando il coordinamento psico motorio, purtroppo sempre meno attivo nei giovani del presente.

Ormai lo sanno anche i bambini.

L’arte è una componente fondamentale, parte integrante della nostra cultura e della nostra storia.

Andando al sodo, le persone con deficit visivo non possono avvalersi (ancora) di una valida educazione all’arte e all’estetica, e non hanno (ancora) un pieno accesso alla fruizione dei beni artistici e culturali, nonostante i tanti traguardi raggiunti in questi ultimi anni.

In un recente passato regnava (vergognosamente) una scarsa attenzione sul piano sociale delle esigenze del non vedente in questo campo; le cosiddette “arti visive” possono essere godute solo da chi possiede i giusti requisiti (la vista) per farlo.

Altrimenti è tutto inutile.

Ma come può un cieco vedere un dipinto, o una scultura, o le fattezze di un tempio, o gli interni di una basilica…

“Se non possono vedere, se ne stiano a casa e non escano a creare problemi…”

All’oggi, possiamo affermare con assoluta certezza che anche un cieco può godere (anche se diversamente) delle meraviglie dell’Arte… con le dovute attenzioni, però, attuando la presenza, nei luoghi dell’arte, di determinati sussidi o strumenti che possano agire da catalizzatori estetici…

La comparsa di strutture adeguate allo scopo risponde a questa rinnovata attenzione per le esigenze di tali fruitori della cultura.

Esigenze che non sono solo per pochi, come scopriremo tra poco.

Ma lo sanno anche i bambini, si tratta di educazione.

Il problema, se così lo si può definire, deve essere affrontato già nei primi anni di scuola dell’infanzia. Già, il non vedente dovrà essere educato all’arte e all’estetica già in tenera età.

Solo così potrà, da adulto, apprezzare il valore estetico e culturale di un’opera d’arte, conosciuta attraverso esperienze tattili e di studio effettuate tramite riproduzioni, ovvero supporti tiflodidattici.

Eccoli, i supporti tiflodidattici.

Sono definiti strumenti o supporti quei manufatti che vengono utilizzati dall’educatore quale sussidio in un lavoro di educazione alla storia dell’arte, per esempio. Ma possono essere utilizzati per altri scopi, in altri campi che possono interessare la persona con problemi di disabilità visiva.

I cosiddetti supporti tiflodidattici sono estremamente importanti, proprio per assicurare un efficace lavoro didattico e assicurare, così, una veloce e permanente comprensione da parte del fruitore.

Venendo al soldo del discorso, come sono fatti questi supporti tiflodidattici? Ne esistono di vari tipi?

Si. Diciamo che vi sono tanti tipi di supporti tiflodidattici per quante sono le esigenze di chi si trova a doverli usare. Tali supporti si differenziano notevolmente tra loro, sia per qualità didattiche che per costi di realizzazione. Proviamo ad elencarli tutti, discutendo anche dei pro e dei contro, proponendo una veloce panoramica che segue un criterio ben preciso. Ogni tipologia didattica possiede caratteristiche che possono essere sfruttate a seconda dell’obbiettivo da raggiungere.

Beh, sembra quasi ovvio, ma la forma d’arte più accessibile al non vedente è… la scultura!

Ecco il primo tipo di supporto tiflodidattico.

La scultura, sia essa originale che in copia da calco al vero.

Qui intesa come oggetto avente tre dimensioni, perfettamente accessibile e scevra da ulteriori mediazioni cognitive (come invece avviene per altri tipi di supporti didattici).

Grazie alla sua natura tridimensionale, permette al fruitore di esplorare l’oggetto da qualsiasi punto, dandogli la possibilità di ricreare, nella sua mente, una corretta immagine tattile del soggetto rappresentato (ah, dimenticavo di dire che l’immagine tattile è squisitamente mentale).

Quindi la prima tipologia di supporto tattile con forte propensione all’attività didattico-cognitiva è proprio la scultura!

Non a caso, la collezione del Museo Omero è composta proprio da copie da calco al vero delle maggiori opere d’arte che la storia ci ha restituito, integre o meno…

E non si può non fare un cenno di come ciò costituisca una novità… proprio nell’uso che si fa di queste copie, prodotte dalle tante gipsoteche italiane.

La storia della copia in gesso è lunga e complessa, arrivando alle gipsoteche esistenti ad Atene in età classica, ma in genere l’uso tipico che si fa di tali copie è di tipo didattico, nelle scuole d’arte, per il disegno al vero e gli esercizi di scultura… quindi innovativo è il tipo di utilizzo che il museo omero fa di queste copie!

Quindi, tra tutte le tipologie tiflodidattiche, questa (la scultura, oggetto a tre dimensioni) è quella che più si avvicina alla realtà.

Altro esempio di supporto tiflodidattico a tre dimensioni è la riproduzione in scala ridotta di architetture, o di elementi architettonici (ordini, decorazioni, ecc), molto utili nella difficile comprensione (da parte del disabile visivo) dell’arte architettonica.

Solo la riduzione in scala può mostrare per intero un edificio. Si rendono necessarie, per migliorare o affinare la comprensione, le aperture, nel modello architettonico, di una sezione per facilitare l’esplorazione degli interni.

Anche nel caso dei modelli architettonici, come per la copia in scultura, si usa il gesso, la resina, il legno (forse il materiale preferito al tatto, vuoi per la sua natura organica, per il calore al tatto e gli odori in grado di emanare…).

Possiamo annoverare al secondo posto, in qualità di supporto tiflodidattico, la tipologia del rilievo scultoreo. Che poi si suddivide in alto-rilievo e basso-rilievo. Differenze tra i due ne passano, e non sono poche!

Vediamo.

L’altorilievo possiede dei volumi del modellato che si staccano per più della metà dal piano di fondo, liscio e piatto, mantenendo una buona dose di tridimensionalità pura e pulita, libera da piani prospettici, scorci e deformazioni varie.

Il bassorilievo, diversamente, presenta dei volumi del modellato che emergono per meno della metà dal piano di fondo, e possono facilmente presentare schiacciamenti prospettici, ovvero deformazioni che sembrano più appartenere al mondo del disegno o della pittura che alla scultura.

Rispetto all’esplorazione tattile di una scultura a tuttotondo, queste tipologie presentano un grado -o due- di difficoltà in più…

Queste due modalità di rappresentazione potrebbero essere comprese, concettualmente, come una sorta di passaggio, di transizione dai volumi pieni di una scultura a tuttotondo alla bidimensionalità del disegno. I volumi perdono via via la loro consistenza, sgonfiandosi quasi, lasciando emergere solo le linee costituenti le forme, proiettate su di un foglio piano.

Nella pratica dell’esplorazione tattile e della comprensione, l’altorilievo conserva quella facilità di esplorazione che può essere più vicina o simile alla scultura a tuttotondo, sua parente stretta, mentre così non è per quanto riguarda il bassorilievo, a causa di questa perdita graduale delle caratteristiche di tridimensionalità e l’introduzione di artifici prospettici, come gli scorci, che simulano il comportamento della vista.

Quindi, come si evince da questo percorso, arriviamo al metodo rappresentativo del Disegno a rilievo. Che, anche in questo caso, si suddivide in tante sfaccettature, ognuna con la sua particolarità.

Per “disegno a rilievo” si intende un foglio di carta (o altro materiale simile), comunque piano, dove emerge solo, con una altezza massima di un millimetro, un segno a rilievo.

Il rilievo in questione non vuole (e non può) simulare i volumi degli oggetti da rappresentare, ma può agilmente raffigurarne le linee, i punti e le superfici. Quindi, la struttura di un oggetto, la forma essenziale, proiettata sul piano del foglio.

Con tale linguaggio rappresentativo è sempre consigliabile non riprodurre immagini prospettiche, preferendo immagini frontali e compositivamente semplici.

Anche se, poi, questo non accade mai!

I committenti si presentano spesso con immagini abbastanza complesse, spesso difficilmente comprensibili.

In questi casi, si procede con una sintesi pronunciata dell’immagine sorgente… dove si punta a rappresentare unicamente il o i soggetti chiave, estromettendo il resto. Se l’immagine lo permette, la si deve anche suddividere per quinte o piani di profondità, raffigurandoli fisicamente in separate tavole.

Tutto questo succede perché si va contro la natura stessa del disegno a rilievo che, come si diceva all’inizio, è utile per rappresentare immagini schematiche.

Se si ha la necessità di raffigurare un oggetto a tre dimensioni, come una scultura o meglio una architettura, si ricorre alle proiezioni ortogonali, più efficaci nella loro semplicità e rispettosi della natura di tale tecnica.

Non si può nascondere che questa modalità rappresentativa possa presentare notevoli difficoltà di comprensione da parte del fruitore, sebbene tali difficoltà possono essere “addolcite” preferendo soggetti semplici e rispettando le regole sintattiche del codice tattile per la traduzione dell’immagine.

Ma non è tutto da buttare… il disegno a rilievo presenta anche dei vantaggi, non solo limiti, che si comprendono solo con la piena conoscenza di questo linguaggio, allo scopo di non scivolare in risultati inefficaci.

Ma la prima regola, dettata anche dal buonsenso, sta nel capire che per effettuare una traduzione da una immagine e renderla pienamente fruibile a un privo della vista, bisognerà fare un lavoro specifico sulla interpretazione del soggetto, (dipinto, fotografia, ecc), volto a selezionare gli elementi essenziali, quelli più facilmente rappresentabili con tale linguaggio.

Ciò pone in evidenza il ruolo importante del disegnatore, che diventa una sorta di mediatore tra la realtà da rappresentare e il fruitore con disabilità visive.

Ripetiamolo (non fa mai male), il disegno a rilievo è un linguaggio adatto a rappresentare oggetti semplici, immagini frontali, scevre da ogni artificio prospettico, come le planimetrie, mappe, disegni geometrici, disegni architettonici (es. la facciata di un edificio).

Un disegno a rilievo realizzato a dovere garantisce una buona comunicazione di contenuti al fruitore, e una certa rapidità nella lettura tattile.

In relazione a questa categoria (il Disegno a rilievo), va detto che esistono differenti tecniche di realizzazione, ognuna con un proprio, caratteristico modo di rielaborare il soggetto da trattare per renderlo funzionale all’esplorazione tattile.

Ogni tecnica, quindi, produce risultati differenti, tutti molto interessanti; la possibilità di scegliere una tecnica rispetto all’altra ricade positivamente sulla necessità di risolvere uno specifico problema di tipo divulgativo, di volta in volta differente.

La tecnica più richiesta, per semplicità e rapidità nel produrre disegni a rilievo da immagini stampate è detta comunemente del “fornetto Minolta” (sebbene la Minolta non produca più questa tecnologia ormai da anni).

Il supporto è costituito da una speciale carta, detta a microcapsule.

Sono delle cellule termosensibili miscelate ad un impasto steso su un lato del foglio. Su questo foglio si stampa il disegno, rigorosamente in bianco e nero, del quale si vuole una restituzione a rilievo. Successivamente, si fa passare suddetto foglio all’interno di uno speciale fornetto a raggi infrarossi, in grado di produrre un calore di varia intensità.

A questo punto, investite da una forte ondata di calore, le cellule termosensibili letteralmente si gonfiano, ma solo in corrispondenza del segno nero stampato precedentemente.

Le parti del foglio non stampate rimangono lisce.

È una semplice tecnica molto richiesta, per via della sua semplicità d’uso e dei costi relativamente bassi: sono necessari una fotocopiatrice e /o una stampante a getto d’inchiostro, il fornetto ad infrarossi e carta a microcapsule.

La difficoltà risiede nel produrre un disegno che traduca in maniera efficace l’immagine che si vuole far esplorare e comprendere. Per ovviare a questo, esiste la possibilità di scaricare dal web disegni già eseguiti, in bianco e nero, pronti per essere stampati ed utilizzati.

Fin qui gli aspetti positivi di tale tecnica.

Tra quelli cosiddetti negativi, questa tecnica è più adatta a raffigurare immagini semplici, con viste frontali; immagini più complesse generano confusione a causa della complessità delle linee e degli elementi presenti.

Inoltre consente di avere rilievi di una sola altezza, di circa 1 millimetro: non si può dare vita a certi dinamismi tattili, che possono aiutare a percepire la profondità presente in alcune immagini.

Ancora, il segno a rilievo prodotto non è molto definito a causa proprio delle cellule termosensibili che si gonfiano in maniera autonoma, senza la possibilità di controllarne l’espansione.

Nonostante ciò, il disegno a rilievo su carta a microcapsule rimane il prodotto più richiesto in quanto supporto tiflodidattico.

Un parente stretto del disegno a rilievo su carta sopracitato è sicuramente il rilievo ottenuto per mezzo di stampa serigrafica. La stretta parentela è dovuta soprattutto dal tipo di risultato che si ottiene, ma con alcune differenze importanti.

Il procedimento serigrafico, attuabile solo da tipografie attrezzate (già la prima differenza con il sopracitato), consente di stampare dei rilievi in materiale siliconico, trasparente o colorato, sopra tavole precedentemente stampate. Inoltre, le caratteristiche della materia usata (gomma siliconica, con la tipica elevata elasticità e adesività), consente anche di stampare non solo su carta ma anche su plastica, metalli, vetro, legno. Molto spesso questa tecnica è utilizzata per pannelli e mappe tattili da usare all’esterno, ma anche in pubblicazioni di differente tipologia.

Come già detto, è una tecnica industriale, non realizzabile autonomamente.

In comune con la tecnica del fornetto, il rilievo qui ottenibile presenta una unica altezza e ciò può essere un limite.

Tra gli aspetti positivi, il segno a rilievo ottenuto è perfettamente leggibile con il tatto, appare netto e ben distinto dal fondo; inoltre, la tecnica serigrafica consente di stampare i rilievi in sovrapposizione ad immagini visibili all’occhio (disegni, testo), ottenendo così una duplice valenza didattica.

Appartenenti alla categoria del disegno a rilievo ci sono anche delle tecniche che definisco ibride, perché presentano, per loro natura, aspetti plastici, materici e volumetrici che vanno ad unirsi con il concetto del disegno a rilievo.

La tecnica / linguaggio detta Gaufrage (goffratura in italiano), permette di ottenere dei rilievi molto interessanti, belli da vedere e toccare, che possono raggiungere più di un livello di altezza.

La produzione è operazione quasi esclusivamente industriale.

È necessario avere, infatti, una pressa, e la possibilità di ottenere una matrice e una contro matrice in materiali molto resistenti alla torsione.

Il rilievo viene ottenuto tramite la forte pressione da parte della pressa, capace di sviluppare parecchie tonnellate. L’elasticità della contro matrice in fibra consente di ripartire uniformemente la pressione su tutte le superfici di contatto, dando modo alla carta di modellarsi su tutte le forme della matrice, evitando di strappare o di creare deformazioni.

Questa tecnica consente di ottenere rilievi di differente altezza, da mezzo millimetro a qualche millimetro, e ciò la rende idonea a creare dei rilievi simili a quelli prodotti plasticamente.

Sono molto belli e piacevoli, di qualità, da vedere ed esplorare con il tatto.

Dati i costi di produzione molto alti, è una tecnica valida per stampare alte tirature.

Altra tecnica / linguaggio molto valida, al fine della propedeutica tattile, è quella del “collage”. La si utilizza principalmente per la creazione dei cosiddetti libri tattili.

Il libro tattile, nato per stimolare la creatività nei bambini “normodotati”, può essere molto utile anche da parte di chi ha un deficit visivo.

Siffatti libri sono costituiti da immagini riprodotte con differenti materiali, molti dei quali sono di uso comune o provengono da oggetti di uso quotidiano (piume, stoffe, plastica, cartoncini di diverso spessore e texturizzati, bottoni, fogli di alluminio, ecc.), utilizzati come una sorta di rimando percettivo, visivo, tattile e uditivo, simbolico alle cose illustrate nel racconto illustrato.

Aggiungendo del testo in braille, o dei commenti sonori e verbali registrati e inseriti in tali pubblicazioni, questi libri diventano dei veri e propri strumenti didattici inclusivi, adatti sia al vedente che al fruitore con deficit visivo.

Questa è una modalità rappresentativa di semplice realizzazione, economica e facile da fare anche a casa in autonomia.

Ciò che è più complicato, semmai, è avere la conoscenza delle qualità espressive, tattili, sensoriali, della materia per rendere l’immagine, o la storia che si vuol rappresentare, comprensibile al tatto.

Il grande vantaggio del libro tattile, rispetto ad altre modalità già discusse, sta nel grande potere immaginativo ed evocativo che possono produrre i vari materiali se associati con cura tra loro.

Ciò stimola l’immaginazione, il senso del tatto, della vista, dell’udito del potenziale fruitore.

I vari materiali possono avere le caratteristiche tattili, visive e anche uditive dei materiali di cui è costituito l’oggetto rappresentato nel libro, o comunque evoca una sua caratteristica.

Per esempio, se si vuole raffigurare il mare si potranno utilizzare fogli di alluminio, magari increspati, accartocciati, così che toccandoli e muovendoli si avrà un rimando alle stesse sensazioni percettive del reale: l’acqua del mare è fredda, liscia, e caratteristico è il suono che produce quando è leggermente mosso…

O le nuvole, per esempio: il loro aspetto soffice e bianco (ma tattilmente impalpabile nella realtà) potrebbe essere suggerito utilizzando del cotone, lasciato molto arioso… o la terra, usando della sabbia miscelata a della polvere di legno, incollata sul supporto… ci rimanda al suo calore e alla sua consistenza.

La modalità del collage assume il valore di attività inclusiva, che crea pari opportunità promuovendo l’integrazione dell’alunno disabile con gli altri normodotati.

Potrebbe essere proprio l’allievo disabile, infatti, a guidare gli altri “normodotati” nella realizzazione delle illustrazioni tattili, avendo lui sviluppato una forte sensibilità a tale atto percettivo.

La modalità espressiva, didattica, del collage multimaterico è attività molto utile, infine, a tutte le categorie di utenti, che così possono sviluppare (per i più giovani) o allenare una buona attitudine al lavoro creativo manuale, migliorando il coordinamento psico motorio, purtroppo sempre meno attivo nei giovani del presente.

Ormai lo sanno anche i bambini.

L’arte è una componente fondamentale, parte integrante della nostra cultura e della nostra storia.

Andando al sodo, le persone con deficit visivo non possono avvalersi (ancora) di una valida educazione all’arte e all’estetica, e non hanno (ancora) un pieno accesso alla fruizione dei beni artistici e culturali, nonostante i tanti traguardi raggiunti in questi ultimi anni.

In un recente passato regnava (vergognosamente) una scarsa attenzione sul piano sociale delle esigenze del non vedente in questo campo; le cosiddette “arti visive” possono essere godute solo da chi possiede i giusti requisiti (la vista) per farlo.

Altrimenti è tutto inutile.

Ma come può un cieco vedere un dipinto, o una scultura, o le fattezze di un tempio, o gli interni di una basilica…

“Se non possono vedere, se ne stiano a casa e non escano a creare problemi…”

All’oggi, possiamo affermare con assoluta certezza che anche un cieco può godere (anche se diversamente) delle meraviglie dell’Arte… con le dovute attenzioni, però, attuando la presenza, nei luoghi dell’arte, di determinati sussidi o strumenti che possano agire da catalizzatori estetici…

La comparsa di strutture adeguate allo scopo risponde a questa rinnovata attenzione per le esigenze di tali fruitori della cultura.

Esigenze che non sono solo per pochi, come scopriremo tra poco.

Ma lo sanno anche i bambini, si tratta di educazione.

Il problema, se così lo si può definire, deve essere affrontato già nei primi anni di scuola dell’infanzia. Già, il non vedente dovrà essere educato all’arte e all’estetica già in tenera età.

Solo così potrà, da adulto, apprezzare il valore estetico e culturale di un’opera d’arte, conosciuta attraverso esperienze tattili e di studio effettuate tramite riproduzioni, ovvero supporti tiflodidattici.

Eccoli, i supporti tiflodidattici.

Sono definiti strumenti o supporti quei manufatti che vengono utilizzati dall’educatore quale sussidio in un lavoro di educazione alla storia dell’arte, per esempio. Ma possono essere utilizzati per altri scopi, in altri campi che possono interessare la persona con problemi di disabilità visiva.

I cosiddetti supporti tiflodidattici sono estremamente importanti, proprio per assicurare un efficace lavoro didattico e assicurare, così, una veloce e permanente comprensione da parte del fruitore.

Venendo al soldo del discorso, come sono fatti questi supporti tiflodidattici? Ne esistono di vari tipi?

Si. Diciamo che vi sono tanti tipi di supporti tiflodidattici per quante sono le esigenze di chi si trova a doverli usare. Tali supporti si differenziano notevolmente tra loro, sia per qualità didattiche che per costi di realizzazione. Proviamo ad elencarli tutti, discutendo anche dei pro e dei contro, proponendo una veloce panoramica che segue un criterio ben preciso. Ogni tipologia didattica possiede caratteristiche che possono essere sfruttate a seconda dell’obbiettivo da raggiungere.

Beh, sembra quasi ovvio, ma la forma d’arte più accessibile al non vedente è… la scultura!

Ecco il primo tipo di supporto tiflodidattico.

La scultura, sia essa originale che in copia da calco al vero.

Qui intesa come oggetto avente tre dimensioni, perfettamente accessibile e scevra da ulteriori mediazioni cognitive (come invece avviene per altri tipi di supporti didattici).

Grazie alla sua natura tridimensionale, permette al fruitore di esplorare l’oggetto da qualsiasi punto, dandogli la possibilità di ricreare, nella sua mente, una corretta immagine tattile del soggetto rappresentato (ah, dimenticavo di dire che l’immagine tattile è squisitamente mentale).

Quindi la prima tipologia di supporto tattile con forte propensione all’attività didattico-cognitiva è proprio la scultura!

Non a caso, la collezione del Museo Omero è composta proprio da copie da calco al vero delle maggiori opere d’arte che la storia ci ha restituito, integre o meno…

E non si può non fare un cenno di come ciò costituisca una novità… proprio nell’uso che si fa di queste copie, prodotte dalle tante gipsoteche italiane.

La storia della copia in gesso è lunga e complessa, arrivando alle gipsoteche esistenti ad Atene in età classica, ma in genere l’uso tipico che si fa di tali copie è di tipo didattico, nelle scuole d’arte, per il disegno al vero e gli esercizi di scultura… quindi innovativo è il tipo di utilizzo che il museo omero fa di queste copie!

Quindi, tra tutte le tipologie tiflodidattiche, questa (la scultura, oggetto a tre dimensioni) è quella che più si avvicina alla realtà.

Altro esempio di supporto tiflodidattico a tre dimensioni è la riproduzione in scala ridotta di architetture, o di elementi architettonici (ordini, decorazioni, ecc), molto utili nella difficile comprensione (da parte del disabile visivo) dell’arte architettonica.

Solo la riduzione in scala può mostrare per intero un edificio. Si rendono necessarie, per migliorare o affinare la comprensione, le aperture, nel modello architettonico, di una sezione per facilitare l’esplorazione degli interni.

Anche nel caso dei modelli architettonici, come per la copia in scultura, si usa il gesso, la resina, il legno (forse il materiale preferito al tatto, vuoi per la sua natura organica, per il calore al tatto e gli odori in grado di emanare…).

Possiamo annoverare al secondo posto, in qualità di supporto tiflodidattico, la tipologia del rilievo scultoreo. Che poi si suddivide in alto-rilievo e basso-rilievo. Differenze tra i due ne passano, e non sono poche!

Vediamo.

L’altorilievo possiede dei volumi del modellato che si staccano per più della metà dal piano di fondo, liscio e piatto, mantenendo una buona dose di tridimensionalità pura e pulita, libera da piani prospettici, scorci e deformazioni varie.

Il bassorilievo, diversamente, presenta dei volumi del modellato che emergono per meno della metà dal piano di fondo, e possono facilmente presentare schiacciamenti prospettici, ovvero deformazioni che sembrano più appartenere al mondo del disegno o della pittura che alla scultura.

Rispetto all’esplorazione tattile di una scultura a tuttotondo, queste tipologie presentano un grado -o due- di difficoltà in più…

Queste due modalità di rappresentazione potrebbero essere comprese, concettualmente, come una sorta di passaggio, di transizione dai volumi pieni di una scultura a tuttotondo alla bidimensionalità del disegno. I volumi perdono via via la loro consistenza, sgonfiandosi quasi, lasciando emergere solo le linee costituenti le forme, proiettate su di un foglio piano.

Nella pratica dell’esplorazione tattile e della comprensione, l’altorilievo conserva quella facilità di esplorazione che può essere più vicina o simile alla scultura a tuttotondo, sua parente stretta, mentre così non è per quanto riguarda il bassorilievo, a causa di questa perdita graduale delle caratteristiche di tridimensionalità e l’introduzione di artifici prospettici, come gli scorci, che simulano il comportamento della vista.

Quindi, come si evince da questo percorso, arriviamo al metodo rappresentativo del Disegno a rilievo. Che, anche in questo caso, si suddivide in tante sfaccettature, ognuna con la sua particolarità.

Per “disegno a rilievo” si intende un foglio di carta (o altro materiale simile), comunque piano, dove emerge solo, con una altezza massima di un millimetro, un segno a rilievo.

Il rilievo in questione non vuole (e non può) simulare i volumi degli oggetti da rappresentare, ma può agilmente raffigurarne le linee, i punti e le superfici. Quindi, la struttura di un oggetto, la forma essenziale, proiettata sul piano del foglio.

Con tale linguaggio rappresentativo è sempre consigliabile non riprodurre immagini prospettiche, preferendo immagini frontali e compositivamente semplici.

Anche se, poi, questo non accade mai!

I committenti si presentano spesso con immagini abbastanza complesse, spesso difficilmente comprensibili.

In questi casi, si procede con una sintesi pronunciata dell’immagine sorgente… dove si punta a rappresentare unicamente il o i soggetti chiave, estromettendo il resto. Se l’immagine lo permette, la si deve anche suddividere per quinte o piani di profondità, raffigurandoli fisicamente in separate tavole.

Tutto questo succede perché si va contro la natura stessa del disegno a rilievo che, come si diceva all’inizio, è utile per rappresentare immagini schematiche.

Se si ha la necessità di raffigurare un oggetto a tre dimensioni, come una scultura o meglio una architettura, si ricorre alle proiezioni ortogonali, più efficaci nella loro semplicità e rispettosi della natura di tale tecnica.

Non si può nascondere che questa modalità rappresentativa possa presentare notevoli difficoltà di comprensione da parte del fruitore, sebbene tali difficoltà possono essere “addolcite” preferendo soggetti semplici e rispettando le regole sintattiche del codice tattile per la traduzione dell’immagine.

Ma non è tutto da buttare… il disegno a rilievo presenta anche dei vantaggi, non solo limiti, che si comprendono solo con la piena conoscenza di questo linguaggio, allo scopo di non scivolare in risultati inefficaci.

Ma la prima regola, dettata anche dal buonsenso, sta nel capire che per effettuare una traduzione da una immagine e renderla pienamente fruibile a un privo della vista, bisognerà fare un lavoro specifico sulla interpretazione del soggetto, (dipinto, fotografia, ecc), volto a selezionare gli elementi essenziali, quelli più facilmente rappresentabili con tale linguaggio.

Ciò pone in evidenza il ruolo importante del disegnatore, che diventa una sorta di mediatore tra la realtà da rappresentare e il fruitore con disabilità visive.

Ripetiamolo (non fa mai male), il disegno a rilievo è un linguaggio adatto a rappresentare oggetti semplici, immagini frontali, scevre da ogni artificio prospettico, come le planimetrie, mappe, disegni geometrici, disegni architettonici (es. la facciata di un edificio).

Un disegno a rilievo realizzato a dovere garantisce una buona comunicazione di contenuti al fruitore, e una certa rapidità nella lettura tattile.

In relazione a questa categoria (il Disegno a rilievo), va detto che esistono differenti tecniche di realizzazione, ognuna con un proprio, caratteristico modo di rielaborare il soggetto da trattare per renderlo funzionale all’esplorazione tattile.

Ogni tecnica, quindi, produce risultati differenti, tutti molto interessanti; la possibilità di scegliere una tecnica rispetto all’altra ricade positivamente sulla necessità di risolvere uno specifico problema di tipo divulgativo, di volta in volta differente.

La tecnica più richiesta, per semplicità e rapidità nel produrre disegni a rilievo da immagini stampate è detta comunemente del “fornetto Minolta” (sebbene la Minolta non produca più questa tecnologia ormai da anni).

Il supporto è costituito da una speciale carta, detta a microcapsule.

Sono delle cellule termosensibili miscelate ad un impasto steso su un lato del foglio. Su questo foglio si stampa il disegno, rigorosamente in bianco e nero, del quale si vuole una restituzione a rilievo. Successivamente, si fa passare suddetto foglio all’interno di uno speciale fornetto a raggi infrarossi, in grado di produrre un calore di varia intensità.

A questo punto, investite da una forte ondata di calore, le cellule termosensibili letteralmente si gonfiano, ma solo in corrispondenza del segno nero stampato precedentemente.

Le parti del foglio non stampate rimangono lisce.

È una semplice tecnica molto richiesta, per via della sua semplicità d’uso e dei costi relativamente bassi: sono necessari una fotocopiatrice e /o una stampante a getto d’inchiostro, il fornetto ad infrarossi e carta a microcapsule.

La difficoltà risiede nel produrre un disegno che traduca in maniera efficace l’immagine che si vuole far esplorare e comprendere. Per ovviare a questo, esiste la possibilità di scaricare dal web disegni già eseguiti, in bianco e nero, pronti per essere stampati ed utilizzati.

Fin qui gli aspetti positivi di tale tecnica.

Tra quelli cosiddetti negativi, questa tecnica è più adatta a raffigurare immagini semplici, con viste frontali; immagini più complesse generano confusione a causa della complessità delle linee e degli elementi presenti.

Inoltre consente di avere rilievi di una sola altezza, di circa 1 millimetro: non si può dare vita a certi dinamismi tattili, che possono aiutare a percepire la profondità presente in alcune immagini.

Ancora, il segno a rilievo prodotto non è molto definito a causa proprio delle cellule termosensibili che si gonfiano in maniera autonoma, senza la possibilità di controllarne l’espansione.

Nonostante ciò, il disegno a rilievo su carta a microcapsule rimane il prodotto più richiesto in quanto supporto tiflodidattico.

Un parente stretto del disegno a rilievo su carta sopracitato è sicuramente il rilievo ottenuto per mezzo di stampa serigrafica. La stretta parentela è dovuta soprattutto dal tipo di risultato che si ottiene, ma con alcune differenze importanti.

Il procedimento serigrafico, attuabile solo da tipografie attrezzate (già la prima differenza con il sopracitato), consente di stampare dei rilievi in materiale siliconico, trasparente o colorato, sopra tavole precedentemente stampate. Inoltre, le caratteristiche della materia usata (gomma siliconica, con la tipica elevata elasticità e adesività), consente anche di stampare non solo su carta ma anche su plastica, metalli, vetro, legno. Molto spesso questa tecnica è utilizzata per pannelli e mappe tattili da usare all’esterno, ma anche in pubblicazioni di differente tipologia.

Come già detto, è una tecnica industriale, non realizzabile autonomamente.

In comune con la tecnica del fornetto, il rilievo qui ottenibile presenta una unica altezza e ciò può essere un limite.

Tra gli aspetti positivi, il segno a rilievo ottenuto è perfettamente leggibile con il tatto, appare netto e ben distinto dal fondo; inoltre, la tecnica serigrafica consente di stampare i rilievi in sovrapposizione ad immagini visibili all’occhio (disegni, testo), ottenendo così una duplice valenza didattica.

Appartenenti alla categoria del disegno a rilievo ci sono anche delle tecniche che definisco ibride, perché presentano, per loro natura, aspetti plastici, materici e volumetrici che vanno ad unirsi con il concetto del disegno a rilievo.

La tecnica / linguaggio detta Gaufrage (goffratura in italiano), permette di ottenere dei rilievi molto interessanti, belli da vedere e toccare, che possono raggiungere più di un livello di altezza.

La produzione è operazione quasi esclusivamente industriale.

È necessario avere, infatti, una pressa, e la possibilità di ottenere una matrice e una contro matrice in materiali molto resistenti alla torsione.

Il rilievo viene ottenuto tramite la forte pressione da parte della pressa, capace di sviluppare parecchie tonnellate. L’elasticità della contro matrice in fibra consente di ripartire uniformemente la pressione su tutte le superfici di contatto, dando modo alla carta di modellarsi su tutte le forme della matrice, evitando di strappare o di creare deformazioni.

Questa tecnica consente di ottenere rilievi di differente altezza, da mezzo millimetro a qualche millimetro, e ciò la rende idonea a creare dei rilievi simili a quelli prodotti plasticamente.

Sono molto belli e piacevoli, di qualità, da vedere ed esplorare con il tatto.

Dati i costi di produzione molto alti, è una tecnica valida per stampare alte tirature.

Altra tecnica / linguaggio molto valida, al fine della propedeutica tattile, è quella del “collage”. La si utilizza principalmente per la creazione dei cosiddetti libri tattili.

Il libro tattile, nato per stimolare la creatività nei bambini “normodotati”, può essere molto utile anche da parte di chi ha un deficit visivo.

Siffatti libri sono costituiti da immagini riprodotte con differenti materiali, molti dei quali sono di uso comune o provengono da oggetti di uso quotidiano (piume, stoffe, plastica, cartoncini di diverso spessore e texturizzati, bottoni, fogli di alluminio, ecc.), utilizzati come una sorta di rimando percettivo, visivo, tattile e uditivo, simbolico alle cose illustrate nel racconto illustrato.

Aggiungendo del testo in braille, o dei commenti sonori e verbali registrati e inseriti in tali pubblicazioni, questi libri diventano dei veri e propri strumenti didattici inclusivi, adatti sia al vedente che al fruitore con deficit visivo.

Questa è una modalità rappresentativa di semplice realizzazione, economica e facile da fare anche a casa in autonomia.

Ciò che è più complicato, semmai, è avere la conoscenza delle qualità espressive, tattili, sensoriali, della materia per rendere l’immagine, o la storia che si vuol rappresentare, comprensibile al tatto.

Il grande vantaggio del libro tattile, rispetto ad altre modalità già discusse, sta nel grande potere immaginativo ed evocativo che possono produrre i vari materiali se associati con cura tra loro.

Ciò stimola l’immaginazione, il senso del tatto, della vista, dell’udito del potenziale fruitore.

I vari materiali possono avere le caratteristiche tattili, visive e anche uditive dei materiali di cui è costituito l’oggetto rappresentato nel libro, o comunque evoca una sua caratteristica.

Per esempio, se si vuole raffigurare il mare si potranno utilizzare fogli di alluminio, magari increspati, accartocciati, così che toccandoli e muovendoli si avrà un rimando alle stesse sensazioni percettive del reale: l’acqua del mare è fredda, liscia, e caratteristico è il suono che produce quando è leggermente mosso…

O le nuvole, per esempio: il loro aspetto soffice e bianco (ma tattilmente impalpabile nella realtà) potrebbe essere suggerito utilizzando del cotone, lasciato molto arioso… o la terra, usando della sabbia miscelata a della polvere di legno, incollata sul supporto… ci rimanda al suo calore e alla sua consistenza.

La modalità del collage assume il valore di attività inclusiva, che crea pari opportunità promuovendo l’integrazione dell’alunno disabile con gli altri normodotati.

Potrebbe essere proprio l’allievo disabile, infatti, a guidare gli altri “normodotati” nella realizzazione delle illustrazioni tattili, avendo lui sviluppato una forte sensibilità a tale atto percettivo.

La modalità espressiva, didattica, del collage multimaterico è attività molto utile, infine, a tutte le categorie di utenti, che così possono sviluppare (per i più giovani) o allenare una buona attitudine al lavoro creativo manuale, migliorando il coordinamento psico motorio, purtroppo sempre meno attivo nei giovani del presente.

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L’universo dell’arte, come poterlo esplorare (in assenza di determinati requisiti)?

di Massimiliano Trubbiani
(Museo Omero)
Rivista Aisthesis N°20
13 Luglio 2022
Ascolta il vocale (Mp3, 28MB) ↑

Ormai lo sanno anche i bambini.

L’arte è una componente fondamentale, parte integrante della nostra cultura e della nostra storia.

Andando al sodo, le persone con deficit visivo non possono avvalersi (ancora) di una valida educazione all’arte e all’estetica, e non hanno (ancora) un pieno accesso alla fruizione dei beni artistici e culturali, nonostante i tanti traguardi raggiunti in questi ultimi anni.

In un recente passato regnava (vergognosamente) una scarsa attenzione sul piano sociale delle esigenze del non vedente in questo campo; le cosiddette “arti visive” possono essere godute solo da chi possiede i giusti requisiti (la vista) per farlo.

Altrimenti è tutto inutile.

Ma come può un cieco vedere un dipinto, o una scultura, o le fattezze di un tempio, o gli interni di una basilica…

“Se non possono vedere, se ne stiano a casa e non escano a creare problemi…”

All’oggi, possiamo affermare con assoluta certezza che anche un cieco può godere (anche se diversamente) delle meraviglie dell’Arte… con le dovute attenzioni, però, attuando la presenza, nei luoghi dell’arte, di determinati sussidi o strumenti che possano agire da catalizzatori estetici…

La comparsa di strutture adeguate allo scopo risponde a questa rinnovata attenzione per le esigenze di tali fruitori della cultura.

Esigenze che non sono solo per pochi, come scopriremo tra poco.

Ma lo sanno anche i bambini, si tratta di educazione.

Il problema, se così lo si può definire, deve essere affrontato già nei primi anni di scuola dell’infanzia. Già, il non vedente dovrà essere educato all’arte e all’estetica già in tenera età.

Solo così potrà, da adulto, apprezzare il valore estetico e culturale di un’opera d’arte, conosciuta attraverso esperienze tattili e di studio effettuate tramite riproduzioni, ovvero supporti tiflodidattici.

Eccoli, i supporti tiflodidattici.

Sono definiti strumenti o supporti quei manufatti che vengono utilizzati dall’educatore quale sussidio in un lavoro di educazione alla storia dell’arte, per esempio. Ma possono essere utilizzati per altri scopi, in altri campi che possono interessare la persona con problemi di disabilità visiva.

I cosiddetti supporti tiflodidattici sono estremamente importanti, proprio per assicurare un efficace lavoro didattico e assicurare, così, una veloce e permanente comprensione da parte del fruitore.

Venendo al soldo del discorso, come sono fatti questi supporti tiflodidattici? Ne esistono di vari tipi?

Si. Diciamo che vi sono tanti tipi di supporti tiflodidattici per quante sono le esigenze di chi si trova a doverli usare. Tali supporti si differenziano notevolmente tra loro, sia per qualità didattiche che per costi di realizzazione. Proviamo ad elencarli tutti, discutendo anche dei pro e dei contro, proponendo una veloce panoramica che segue un criterio ben preciso. Ogni tipologia didattica possiede caratteristiche che possono essere sfruttate a seconda dell’obbiettivo da raggiungere.

Beh, sembra quasi ovvio, ma la forma d’arte più accessibile al non vedente è… la scultura!

Ecco il primo tipo di supporto tiflodidattico.

La scultura, sia essa originale che in copia da calco al vero.

Qui intesa come oggetto avente tre dimensioni, perfettamente accessibile e scevra da ulteriori mediazioni cognitive (come invece avviene per altri tipi di supporti didattici).

Grazie alla sua natura tridimensionale, permette al fruitore di esplorare l’oggetto da qualsiasi punto, dandogli la possibilità di ricreare, nella sua mente, una corretta immagine tattile del soggetto rappresentato (ah, dimenticavo di dire che l’immagine tattile è squisitamente mentale).

Quindi la prima tipologia di supporto tattile con forte propensione all’attività didattico-cognitiva è proprio la scultura!

Non a caso, la collezione del Museo Omero è composta proprio da copie da calco al vero delle maggiori opere d’arte che la storia ci ha restituito, integre o meno…

E non si può non fare un cenno di come ciò costituisca una novità… proprio nell’uso che si fa di queste copie, prodotte dalle tante gipsoteche italiane.

La storia della copia in gesso è lunga e complessa, arrivando alle gipsoteche esistenti ad Atene in età classica, ma in genere l’uso tipico che si fa di tali copie è di tipo didattico, nelle scuole d’arte, per il disegno al vero e gli esercizi di scultura… quindi innovativo è il tipo di utilizzo che il museo omero fa di queste copie!

Quindi, tra tutte le tipologie tiflodidattiche, questa (la scultura, oggetto a tre dimensioni) è quella che più si avvicina alla realtà.

Altro esempio di supporto tiflodidattico a tre dimensioni è la riproduzione in scala ridotta di architetture, o di elementi architettonici (ordini, decorazioni, ecc), molto utili nella difficile comprensione (da parte del disabile visivo) dell’arte architettonica.

Solo la riduzione in scala può mostrare per intero un edificio. Si rendono necessarie, per migliorare o affinare la comprensione, le aperture, nel modello architettonico, di una sezione per facilitare l’esplorazione degli interni.

Anche nel caso dei modelli architettonici, come per la copia in scultura, si usa il gesso, la resina, il legno (forse il materiale preferito al tatto, vuoi per la sua natura organica, per il calore al tatto e gli odori in grado di emanare…).

Possiamo annoverare al secondo posto, in qualità di supporto tiflodidattico, la tipologia del rilievo scultoreo. Che poi si suddivide in alto-rilievo e basso-rilievo. Differenze tra i due ne passano, e non sono poche!

Vediamo.

L’altorilievo possiede dei volumi del modellato che si staccano per più della metà dal piano di fondo, liscio e piatto, mantenendo una buona dose di tridimensionalità pura e pulita, libera da piani prospettici, scorci e deformazioni varie.

Il bassorilievo, diversamente, presenta dei volumi del modellato che emergono per meno della metà dal piano di fondo, e possono facilmente presentare schiacciamenti prospettici, ovvero deformazioni che sembrano più appartenere al mondo del disegno o della pittura che alla scultura.

Rispetto all’esplorazione tattile di una scultura a tuttotondo, queste tipologie presentano un grado -o due- di difficoltà in più…

Queste due modalità di rappresentazione potrebbero essere comprese, concettualmente, come una sorta di passaggio, di transizione dai volumi pieni di una scultura a tuttotondo alla bidimensionalità del disegno. I volumi perdono via via la loro consistenza, sgonfiandosi quasi, lasciando emergere solo le linee costituenti le forme, proiettate su di un foglio piano.

Nella pratica dell’esplorazione tattile e della comprensione, l’altorilievo conserva quella facilità di esplorazione che può essere più vicina o simile alla scultura a tuttotondo, sua parente stretta, mentre così non è per quanto riguarda il bassorilievo, a causa di questa perdita graduale delle caratteristiche di tridimensionalità e l’introduzione di artifici prospettici, come gli scorci, che simulano il comportamento della vista.

Quindi, come si evince da questo percorso, arriviamo al metodo rappresentativo del Disegno a rilievo. Che, anche in questo caso, si suddivide in tante sfaccettature, ognuna con la sua particolarità.

Per “disegno a rilievo” si intende un foglio di carta (o altro materiale simile), comunque piano, dove emerge solo, con una altezza massima di un millimetro, un segno a rilievo.

Il rilievo in questione non vuole (e non può) simulare i volumi degli oggetti da rappresentare, ma può agilmente raffigurarne le linee, i punti e le superfici. Quindi, la struttura di un oggetto, la forma essenziale, proiettata sul piano del foglio.

Con tale linguaggio rappresentativo è sempre consigliabile non riprodurre immagini prospettiche, preferendo immagini frontali e compositivamente semplici.

Anche se, poi, questo non accade mai!

I committenti si presentano spesso con immagini abbastanza complesse, spesso difficilmente comprensibili.

In questi casi, si procede con una sintesi pronunciata dell’immagine sorgente… dove si punta a rappresentare unicamente il o i soggetti chiave, estromettendo il resto. Se l’immagine lo permette, la si deve anche suddividere per quinte o piani di profondità, raffigurandoli fisicamente in separate tavole.

Tutto questo succede perché si va contro la natura stessa del disegno a rilievo che, come si diceva all’inizio, è utile per rappresentare immagini schematiche.

Se si ha la necessità di raffigurare un oggetto a tre dimensioni, come una scultura o meglio una architettura, si ricorre alle proiezioni ortogonali, più efficaci nella loro semplicità e rispettosi della natura di tale tecnica.

Non si può nascondere che questa modalità rappresentativa possa presentare notevoli difficoltà di comprensione da parte del fruitore, sebbene tali difficoltà possono essere “addolcite” preferendo soggetti semplici e rispettando le regole sintattiche del codice tattile per la traduzione dell’immagine.

Ma non è tutto da buttare… il disegno a rilievo presenta anche dei vantaggi, non solo limiti, che si comprendono solo con la piena conoscenza di questo linguaggio, allo scopo di non scivolare in risultati inefficaci.

Ma la prima regola, dettata anche dal buonsenso, sta nel capire che per effettuare una traduzione da una immagine e renderla pienamente fruibile a un privo della vista, bisognerà fare un lavoro specifico sulla interpretazione del soggetto, (dipinto, fotografia, ecc), volto a selezionare gli elementi essenziali, quelli più facilmente rappresentabili con tale linguaggio.

Ciò pone in evidenza il ruolo importante del disegnatore, che diventa una sorta di mediatore tra la realtà da rappresentare e il fruitore con disabilità visive.

Ripetiamolo (non fa mai male), il disegno a rilievo è un linguaggio adatto a rappresentare oggetti semplici, immagini frontali, scevre da ogni artificio prospettico, come le planimetrie, mappe, disegni geometrici, disegni architettonici (es. la facciata di un edificio).

Un disegno a rilievo realizzato a dovere garantisce una buona comunicazione di contenuti al fruitore, e una certa rapidità nella lettura tattile.

In relazione a questa categoria (il Disegno a rilievo), va detto che esistono differenti tecniche di realizzazione, ognuna con un proprio, caratteristico modo di rielaborare il soggetto da trattare per renderlo funzionale all’esplorazione tattile.

Ogni tecnica, quindi, produce risultati differenti, tutti molto interessanti; la possibilità di scegliere una tecnica rispetto all’altra ricade positivamente sulla necessità di risolvere uno specifico problema di tipo divulgativo, di volta in volta differente.

La tecnica più richiesta, per semplicità e rapidità nel produrre disegni a rilievo da immagini stampate è detta comunemente del “fornetto Minolta” (sebbene la Minolta non produca più questa tecnologia ormai da anni).

Il supporto è costituito da una speciale carta, detta a microcapsule.

Sono delle cellule termosensibili miscelate ad un impasto steso su un lato del foglio. Su questo foglio si stampa il disegno, rigorosamente in bianco e nero, del quale si vuole una restituzione a rilievo. Successivamente, si fa passare suddetto foglio all’interno di uno speciale fornetto a raggi infrarossi, in grado di produrre un calore di varia intensità.

A questo punto, investite da una forte ondata di calore, le cellule termosensibili letteralmente si gonfiano, ma solo in corrispondenza del segno nero stampato precedentemente.

Le parti del foglio non stampate rimangono lisce.

È una semplice tecnica molto richiesta, per via della sua semplicità d’uso e dei costi relativamente bassi: sono necessari una fotocopiatrice e /o una stampante a getto d’inchiostro, il fornetto ad infrarossi e carta a microcapsule.

La difficoltà risiede nel produrre un disegno che traduca in maniera efficace l’immagine che si vuole far esplorare e comprendere. Per ovviare a questo, esiste la possibilità di scaricare dal web disegni già eseguiti, in bianco e nero, pronti per essere stampati ed utilizzati.

Fin qui gli aspetti positivi di tale tecnica.

Tra quelli cosiddetti negativi, questa tecnica è più adatta a raffigurare immagini semplici, con viste frontali; immagini più complesse generano confusione a causa della complessità delle linee e degli elementi presenti.

Inoltre consente di avere rilievi di una sola altezza, di circa 1 millimetro: non si può dare vita a certi dinamismi tattili, che possono aiutare a percepire la profondità presente in alcune immagini.

Ancora, il segno a rilievo prodotto non è molto definito a causa proprio delle cellule termosensibili che si gonfiano in maniera autonoma, senza la possibilità di controllarne l’espansione.

Nonostante ciò, il disegno a rilievo su carta a microcapsule rimane il prodotto più richiesto in quanto supporto tiflodidattico.

Un parente stretto del disegno a rilievo su carta sopracitato è sicuramente il rilievo ottenuto per mezzo di stampa serigrafica. La stretta parentela è dovuta soprattutto dal tipo di risultato che si ottiene, ma con alcune differenze importanti.

Il procedimento serigrafico, attuabile solo da tipografie attrezzate (già la prima differenza con il sopracitato), consente di stampare dei rilievi in materiale siliconico, trasparente o colorato, sopra tavole precedentemente stampate. Inoltre, le caratteristiche della materia usata (gomma siliconica, con la tipica elevata elasticità e adesività), consente anche di stampare non solo su carta ma anche su plastica, metalli, vetro, legno. Molto spesso questa tecnica è utilizzata per pannelli e mappe tattili da usare all’esterno, ma anche in pubblicazioni di differente tipologia.

Come già detto, è una tecnica industriale, non realizzabile autonomamente.

In comune con la tecnica del fornetto, il rilievo qui ottenibile presenta una unica altezza e ciò può essere un limite.

Tra gli aspetti positivi, il segno a rilievo ottenuto è perfettamente leggibile con il tatto, appare netto e ben distinto dal fondo; inoltre, la tecnica serigrafica consente di stampare i rilievi in sovrapposizione ad immagini visibili all’occhio (disegni, testo), ottenendo così una duplice valenza didattica.

Appartenenti alla categoria del disegno a rilievo ci sono anche delle tecniche che definisco ibride, perché presentano, per loro natura, aspetti plastici, materici e volumetrici che vanno ad unirsi con il concetto del disegno a rilievo.

La tecnica / linguaggio detta Gaufrage (goffratura in italiano), permette di ottenere dei rilievi molto interessanti, belli da vedere e toccare, che possono raggiungere più di un livello di altezza.

La produzione è operazione quasi esclusivamente industriale.

È necessario avere, infatti, una pressa, e la possibilità di ottenere una matrice e una contro matrice in materiali molto resistenti alla torsione.

Il rilievo viene ottenuto tramite la forte pressione da parte della pressa, capace di sviluppare parecchie tonnellate. L’elasticità della contro matrice in fibra consente di ripartire uniformemente la pressione su tutte le superfici di contatto, dando modo alla carta di modellarsi su tutte le forme della matrice, evitando di strappare o di creare deformazioni.

Questa tecnica consente di ottenere rilievi di differente altezza, da mezzo millimetro a qualche millimetro, e ciò la rende idonea a creare dei rilievi simili a quelli prodotti plasticamente.

Sono molto belli e piacevoli, di qualità, da vedere ed esplorare con il tatto.

Dati i costi di produzione molto alti, è una tecnica valida per stampare alte tirature.

Altra tecnica / linguaggio molto valida, al fine della propedeutica tattile, è quella del “collage”. La si utilizza principalmente per la creazione dei cosiddetti libri tattili.

Il libro tattile, nato per stimolare la creatività nei bambini “normodotati”, può essere molto utile anche da parte di chi ha un deficit visivo.

Siffatti libri sono costituiti da immagini riprodotte con differenti materiali, molti dei quali sono di uso comune o provengono da oggetti di uso quotidiano (piume, stoffe, plastica, cartoncini di diverso spessore e texturizzati, bottoni, fogli di alluminio, ecc.), utilizzati come una sorta di rimando percettivo, visivo, tattile e uditivo, simbolico alle cose illustrate nel racconto illustrato.

Aggiungendo del testo in braille, o dei commenti sonori e verbali registrati e inseriti in tali pubblicazioni, questi libri diventano dei veri e propri strumenti didattici inclusivi, adatti sia al vedente che al fruitore con deficit visivo.

Questa è una modalità rappresentativa di semplice realizzazione, economica e facile da fare anche a casa in autonomia.

Ciò che è più complicato, semmai, è avere la conoscenza delle qualità espressive, tattili, sensoriali, della materia per rendere l’immagine, o la storia che si vuol rappresentare, comprensibile al tatto.

Il grande vantaggio del libro tattile, rispetto ad altre modalità già discusse, sta nel grande potere immaginativo ed evocativo che possono produrre i vari materiali se associati con cura tra loro.

Ciò stimola l’immaginazione, il senso del tatto, della vista, dell’udito del potenziale fruitore.

I vari materiali possono avere le caratteristiche tattili, visive e anche uditive dei materiali di cui è costituito l’oggetto rappresentato nel libro, o comunque evoca una sua caratteristica.

Per esempio, se si vuole raffigurare il mare si potranno utilizzare fogli di alluminio, magari increspati, accartocciati, così che toccandoli e muovendoli si avrà un rimando alle stesse sensazioni percettive del reale: l’acqua del mare è fredda, liscia, e caratteristico è il suono che produce quando è leggermente mosso…

O le nuvole, per esempio: il loro aspetto soffice e bianco (ma tattilmente impalpabile nella realtà) potrebbe essere suggerito utilizzando del cotone, lasciato molto arioso… o la terra, usando della sabbia miscelata a della polvere di legno, incollata sul supporto… ci rimanda al suo calore e alla sua consistenza.

La modalità del collage assume il valore di attività inclusiva, che crea pari opportunità promuovendo l’integrazione dell’alunno disabile con gli altri normodotati.

Potrebbe essere proprio l’allievo disabile, infatti, a guidare gli altri “normodotati” nella realizzazione delle illustrazioni tattili, avendo lui sviluppato una forte sensibilità a tale atto percettivo.

La modalità espressiva, didattica, del collage multimaterico è attività molto utile, infine, a tutte le categorie di utenti, che così possono sviluppare (per i più giovani) o allenare una buona attitudine al lavoro creativo manuale, migliorando il coordinamento psico motorio, purtroppo sempre meno attivo nei giovani del presente.

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