Fare o essere educatori, questo è il problema

Fare o essere educatori, questo è il problema

13 Febbraio 2024      di Manuela Tranchese      Animazione Sociale

Quando mi chiedono “che lavoro fai?”, rispondo sempre “sono educatrice”. Certo, per me è un lavoro, non sono una missionaria, anzi non amo i “dai che brava” “mamma mia che coraggio” “eh, ci vorrebbero più persone come te”. Ho studiato e continuo a formarmi per rimanere al passo con i cambiamenti del mondo in cui tutti noi siamo immersi e che quindi, da professionista, mi impongono di avere uno sguardo sempre attento, curioso e aperto.

Detto questo, ho visto con i miei occhi la differenza tra chi “fa l’educatore” rispetto a chi “lo è” e credo che le radici della grande crisi che il nostro settore sta vivendo oggi risiedano proprio in questa distinzione. Credo che oggi si sia perso di vista il focus centrale della battaglia per la dignità del nostro lavoro.

Incontro educatori ed educatrici che denigrano la nostra stessa professione. Consigliano ai giovani di intraprendere altri percorsi di studi perché più appaganti da un punto di vista economico e di carriera, che con tono depresso raccontano del nostro lavoro come di una causa persa, di un tunnel senza uscita.

Incontro giovani ancora in formazione o neo laureati, che hanno idee molto chiare su mansionari, su orari di lavoro e stipendio, su distinzioni di ruoli e gerarchie, ma ai quali sfugge il senso di aver scelto di esserci per alcune persone, spesso in contesti complessi.

Credo che la crisi del settore educativo e la scarsa conoscenza della nostra professione nascano proprio dalla deficitaria narrazione che noi stessi, da dentro, portiamo al resto della società.

Siamo passati, nel giro di pochi anni, da un estremo all’altro, posizioni che oggi sembrano non riuscire ad incontrarsi. Trovo molto triste che proprio noi, che del cambiamento e dell’incontro dovremmo essere i maggiori esperti, non riusciamo a portarlo all’interno dei nostri contesti.

Vedo da un lato chi continua a parlare, vedere e pretendere che il nostro lavoro sia una missione, perché all’epoca era stato vissuto così, da chi aveva scelto questa strada. C’era un grosso impegno sociale e politico che ha mosso molte persone ad intraprendere questa professione; impegno che oggi, invece di essere spiegato, tramandato e portato al presente, rimane ancorato a realtà ormai troppo lontane.

Dall’altro lato vedo giovani che, inseriti nella società attuale e con la poca esperienza vissuta in prima persona, pensano di restituire dignità alla professione, pretendendo condizioni lavorative che sono incompatibili con quel che vuol dire essere educatore.

Non voglio essere fraintesa, è corretto chiedere che vengano rivisti i contratti nazionali sia da un punto di vista di retribuzione che di sicurezza sul lavoro, come trovo altrettanto corretto che si chieda a gran voce che la supervisione dell’équipe e la formazione continua siano obbligatori da parte del datore di lavoro e che non siano lasciati solo al buon senso e alla “fortuna di essere capitati nel posto giusto”.

Al netto di questo però, credo che restituire dignità al nostro lavoro voglia dire iniziare a parlarne con professionalità dall’interno. Significa far comprendere che cosa vuol dire riuscire a stare accanto alle persone per accompagnarle in un processo complesso, che è la vita, con metodo, dedizione, attenzione e cura, senza lasciare nulla al caso e senza esserne travolti. Che ci vogliono anni di studio e lavoro su se stessi, che non devono finire mai, per poter agire con la giusta attenzione e intenzione. Che la nostra professione fa la differenza nel tessuto sociale e che senza molti servizi portati avanti solo da educatori, il sistema sarebbe al collasso. Che il bello e il brutto della nostra professione è che può succedere di sbagliare, che di graffi e dolori te ne porti dentro tanti, che di storie che ti rimangono addosso e che ti si incollano nell’anima ne sentirai tante, e quindi non basta scegliere di FARE l’educatore, ma lo devi ESSERE, altrimenti non ce la fai; non ti basteranno mai le ore di studio, di supervisioni, di riunioni di équipe e di lotte sindacali.

Se non riesci a percepire l’importanza di rifare un letto insieme, così che domani tu possa farlo da solo; se non cogli quanto il tuo sguardo possa far sentire l’altro per la prima volta una persona; se non riconosci che stare accanto a qualcuno, per quanto difficile in molti momenti, possa essere l’unica cosa che fa la differenza; se non si muove nulla dentro di te nell’incontro e nello scontro con l’altro, fare l’educatore diventa pericoloso per te e per chi hai davanti.

Ostinarsi a fare una professione, tanto ricca quanto complessa e che non senti tua, non potrà restituirle degnità e non potrà cambiare la narrazione.

Per 14 anni ho lavorato in una casa alloggio per adulti con HIV e in AIDS e oggi mi occupo di educazione in natura. Sono cresciuta come persona e come professionista, accanto a persone che mi hanno insegnato il valore di uno sguardo, una carezza, una parola, il valore del tempo. Che mi hanno messa di fronte ai miei limiti e alle mie fragilità. Che hanno svelato i miei punti di forza. Che mi hanno resa la persona che sono oggi. E ovviamente non mi riferisco solo ai colleghi.

*Manuela Tranchese, Educatrice professionale, progetti di educazione in natura.

Condividi questa storia!

Newsletter

*Inserisci la tua email per iscriverti alla nostra newsletter.

Fare o essere educatori, questo è il problema

13 Febbraio 2024
di Manuela Tranchese
Animazione Sociale

Quando mi chiedono “che lavoro fai?”, rispondo sempre “sono educatrice”. Certo, per me è un lavoro, non sono una missionaria, anzi non amo i “dai che brava” “mamma mia che coraggio” “eh, ci vorrebbero più persone come te”. Ho studiato e continuo a formarmi per rimanere al passo con i cambiamenti del mondo in cui tutti noi siamo immersi e che quindi, da professionista, mi impongono di avere uno sguardo sempre attento, curioso e aperto.

Detto questo, ho visto con i miei occhi la differenza tra chi “fa l’educatore” rispetto a chi “lo è” e credo che le radici della grande crisi che il nostro settore sta vivendo oggi risiedano proprio in questa distinzione. Credo che oggi si sia perso di vista il focus centrale della battaglia per la dignità del nostro lavoro.

Incontro educatori ed educatrici che denigrano la nostra stessa professione. Consigliano ai giovani di intraprendere altri percorsi di studi perché più appaganti da un punto di vista economico e di carriera, che con tono depresso raccontano del nostro lavoro come di una causa persa, di un tunnel senza uscita.

Incontro giovani ancora in formazione o neo laureati, che hanno idee molto chiare su mansionari, su orari di lavoro e stipendio, su distinzioni di ruoli e gerarchie, ma ai quali sfugge il senso di aver scelto di esserci per alcune persone, spesso in contesti complessi.

Credo che la crisi del settore educativo e la scarsa conoscenza della nostra professione nascano proprio dalla deficitaria narrazione che noi stessi, da dentro, portiamo al resto della società.

Siamo passati, nel giro di pochi anni, da un estremo all’altro, posizioni che oggi sembrano non riuscire ad incontrarsi. Trovo molto triste che proprio noi, che del cambiamento e dell’incontro dovremmo essere i maggiori esperti, non riusciamo a portarlo all’interno dei nostri contesti.

Vedo da un lato chi continua a parlare, vedere e pretendere che il nostro lavoro sia una missione, perché all’epoca era stato vissuto così, da chi aveva scelto questa strada. C’era un grosso impegno sociale e politico che ha mosso molte persone ad intraprendere questa professione; impegno che oggi, invece di essere spiegato, tramandato e portato al presente, rimane ancorato a realtà ormai troppo lontane.

Dall’altro lato vedo giovani che, inseriti nella società attuale e con la poca esperienza vissuta in prima persona, pensano di restituire dignità alla professione, pretendendo condizioni lavorative che sono incompatibili con quel che vuol dire essere educatore.

Non voglio essere fraintesa, è corretto chiedere che vengano rivisti i contratti nazionali sia da un punto di vista di retribuzione che di sicurezza sul lavoro, come trovo altrettanto corretto che si chieda a gran voce che la supervisione dell’équipe e la formazione continua siano obbligatori da parte del datore di lavoro e che non siano lasciati solo al buon senso e alla “fortuna di essere capitati nel posto giusto”.

Al netto di questo però, credo che restituire dignità al nostro lavoro voglia dire iniziare a parlarne con professionalità dall’interno. Significa far comprendere che cosa vuol dire riuscire a stare accanto alle persone per accompagnarle in un processo complesso, che è la vita, con metodo, dedizione, attenzione e cura, senza lasciare nulla al caso e senza esserne travolti. Che ci vogliono anni di studio e lavoro su se stessi, che non devono finire mai, per poter agire con la giusta attenzione e intenzione. Che la nostra professione fa la differenza nel tessuto sociale e che senza molti servizi portati avanti solo da educatori, il sistema sarebbe al collasso. Che il bello e il brutto della nostra professione è che può succedere di sbagliare, che di graffi e dolori te ne porti dentro tanti, che di storie che ti rimangono addosso e che ti si incollano nell’anima ne sentirai tante, e quindi non basta scegliere di FARE l’educatore, ma lo devi ESSERE, altrimenti non ce la fai; non ti basteranno mai le ore di studio, di supervisioni, di riunioni di équipe e di lotte sindacali.

Se non riesci a percepire l’importanza di rifare un letto insieme, così che domani tu possa farlo da solo; se non cogli quanto il tuo sguardo possa far sentire l’altro per la prima volta una persona; se non riconosci che stare accanto a qualcuno, per quanto difficile in molti momenti, possa essere l’unica cosa che fa la differenza; se non si muove nulla dentro di te nell’incontro e nello scontro con l’altro, fare l’educatore diventa pericoloso per te e per chi hai davanti.

Ostinarsi a fare una professione, tanto ricca quanto complessa e che non senti tua, non potrà restituirle degnità e non potrà cambiare la narrazione.

Per 14 anni ho lavorato in una casa alloggio per adulti con HIV e in AIDS e oggi mi occupo di educazione in natura. Sono cresciuta come persona e come professionista, accanto a persone che mi hanno insegnato il valore di uno sguardo, una carezza, una parola, il valore del tempo. Che mi hanno messa di fronte ai miei limiti e alle mie fragilità. Che hanno svelato i miei punti di forza. Che mi hanno resa la persona che sono oggi. E ovviamente non mi riferisco solo ai colleghi.

*Manuela Tranchese, Educatrice professionale, progetti di educazione in natura.

Condividi su

Newsletter
*Inserisci la tua email per iscriverti alla nostra newsletter.