
13 Luglio 2026di Louis Braille ONLUS
13 Luglio 2026
di Louis Braille ONLUS
La sperimentazione del nuovo sistema coinvolge oggi 60 province italiane. Valutazione di base, Progetto di Vita e partecipazione diretta della persona sono al centro di una riforma che, dal 1° gennaio 2027, dovrà essere applicata su tutto il territorio nazionale.
La riforma introdotta dal Decreto legislativo 3 maggio 2024, n. 62 rappresenta uno degli interventi più rilevanti degli ultimi anni nel campo delle politiche sulla disabilità. Il provvedimento non modifica soltanto alcune procedure amministrative, ma interviene sulla definizione stessa della condizione di disabilità, sulla valutazione di base, sull’accomodamento ragionevole e sulla costruzione del Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato. L’obiettivo è superare progressivamente un sistema concentrato soprattutto sulla menomazione e sulle percentuali di invalidità, per adottare una prospettiva più ampia, capace di considerare anche il funzionamento della persona, il contesto nel quale vive, le barriere che incontra e i sostegni necessari per partecipare alla vita sociale su una base di uguaglianza con gli altri.
Il cambiamento riguarda anche il linguaggio. La riforma sostituisce nelle leggi ordinarie espressioni ormai superate con la formula “persona con disabilità”, coerentemente con l’impostazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. Non si tratta di una correzione puramente formale: le parole riflettono il modo in cui una società interpreta la disabilità. La nuova impostazione considera la persona titolare di diritti, desideri, aspettative e capacità decisionali, mentre la condizione di disabilità emerge dall’interazione con ambienti, servizi e organizzazioni che possono facilitare oppure ostacolare la partecipazione. In questa prospettiva, il compito delle istituzioni non è soltanto certificare una condizione, ma individuare e attivare gli interventi utili a rimuovere le barriere e a sostenere concretamente il percorso di vita della persona.
La portata della riforma spiega perché la sua applicazione sia stata accompagnata da una lunga fase sperimentale. Cambiare il sistema di valutazione, coordinare INPS, servizi sanitari, Comuni, ambiti territoriali e professionisti sociali richiede infatti formazione, strumenti condivisi e procedure capaci di funzionare in territori molto diversi tra loro. La sperimentazione non serve quindi soltanto a verificare un nuovo iter burocratico, ma a preparare l’intera rete dei servizi a un approccio che richiede maggiore collaborazione tra l’area sanitaria, quella sociale, il mondo della scuola, della formazione e del lavoro.
Dalla valutazione di base al Progetto di Vita
Uno dei principali elementi della riforma è la distinzione tra valutazione di base e valutazione multidimensionale. La prima è destinata ad accertare la condizione di disabilità e a individuare l’intensità dei sostegni necessari secondo criteri più uniformi. Dal 1° gennaio 2027, la gestione del procedimento sarà affidata in via esclusiva all’INPS su tutto il territorio nazionale. Durante la sperimentazione vengono testate le procedure, la composizione delle commissioni, l’utilizzo delle classificazioni internazionali e il nuovo certificato medico introduttivo, con l’obiettivo di semplificare un percorso che oggi può risultare frammentato e richiedere accertamenti differenti presso più amministrazioni.
La valutazione di base, tuttavia, non coincide con il Progetto di Vita. Quest’ultimo nasce da una valutazione multidimensionale, nella quale vengono considerate le esigenze sanitarie e assistenziali, ma anche la situazione abitativa, le relazioni, il percorso scolastico o formativo, il lavoro, la mobilità, la partecipazione sociale e le aspirazioni personali. Il progetto deve individuare, per qualità, quantità e intensità, gli strumenti, le risorse, gli interventi, le prestazioni, i servizi e gli accomodamenti ragionevoli necessari a migliorare le condizioni di vita e a favorire la partecipazione nei diversi contesti. Può comprendere sostegni relativi alla scuola, alla formazione superiore, all’abitare, al lavoro, alla socialità e anche misure rivolte al nucleo familiare o a chi presta assistenza.
L’elemento più significativo è il ruolo attribuito alla persona. La legge stabilisce che la persona con disabilità è titolare del proprio Progetto di Vita, ne richiede l’attivazione, concorre a definirne i contenuti e può chiederne modifiche e integrazioni sulla base dei propri desideri, delle proprie aspettative e delle proprie scelte. Il progetto, inoltre, deve essere sostenibile nel tempo e garantire continuità agli interventi e ai servizi individuati. Questo passaggio segna una differenza sostanziale rispetto a un modello nel quale le soluzioni vengono decise prevalentemente dai servizi: la persona non è soltanto destinataria delle prestazioni, ma partecipa alla costruzione del percorso che la riguarda.
Per rendere concretamente realizzabile il progetto, la riforma prevede anche il budget di progetto, che raccoglie le risorse umane, professionali, tecnologiche, strumentali ed economiche necessarie. È inoltre previsto un Fondo per l’implementazione dei Progetti di Vita con una dotazione di 25 milioni di euro annui a regime. Il principio è quello di superare la successione di interventi isolati e costruire una risposta coordinata, nella quale le diverse risorse disponibili siano ricondotte a obiettivi condivisi e verificabili.
Perché il 2026 è l’anno decisivo
La sperimentazione è iniziata il 1° gennaio 2025 in nove province: Brescia, Catanzaro, Firenze, Forlì-Cesena, Frosinone, Perugia, Salerno, Sassari e Trieste. Dal 30 settembre dello stesso anno è stata estesa ad altre undici province e territori: Alessandria, Lecce, Genova, Isernia, Macerata, Matera, Palermo, Teramo, Vicenza, Provincia autonoma di Trento e Valle d’Aosta. Dal 1° marzo 2026 si sono aggiunte altre quaranta province, portando complessivamente a 60 i territori interessati dall’applicazione sperimentale del nuovo sistema.
L’ampliamento non rappresenta soltanto un aumento geografico della sperimentazione. Passare da nove a sessanta province permette di verificare il funzionamento della riforma in contesti amministrativi, sanitari e sociali molto differenti: grandi aree metropolitane, province più piccole, territori del Nord, del Centro, del Sud e delle Isole. Questa diversità è essenziale per individuare le criticità organizzative prima dell’estensione nazionale e per comprendere se le nuove procedure riescano davvero a garantire uniformità, semplificazione e maggiore partecipazione della persona.
I primi dati mostrano la dimensione del lavoro necessario. Nelle nove province iniziali erano stati formati oltre 2.500 operatori, attraverso 83 giornate formative e circa 600 ore di attività in presenza. L’INPS ha inoltre predisposto percorsi dedicati ai propri medici e agli operatori sociali. Entro giugno 2025, nei nove territori erano stati presentati 38.938 nuovi certificati medici introduttivi, con volumi molto diversi da provincia a provincia: dai 971 di Trieste ai 10.652 di Salerno. Numeri che mostrano quanto la riforma incida su procedimenti amministrativi molto frequenti e richieda strutture adeguate, personale formato e sistemi informatici affidabili.
Il 2026 è dunque il vero banco di prova. È l’anno nel quale la sperimentazione deve verificare non soltanto la sostenibilità tecnica della valutazione di base, ma anche la capacità dei territori di costruire équipe multidimensionali, coordinare servizi diversi e trasformare il Progetto di Vita in uno strumento concreto. La formazione diventa decisiva perché medici, assistenti sociali, professionisti sanitari, insegnanti, operatori del collocamento mirato e amministrazioni locali devono condividere criteri, linguaggio e obiettivi. Senza questa preparazione, il rischio è che un modello innovativo rimanga formalmente corretto ma difficile da applicare nella quotidianità.
Cosa accadrà dal 1° gennaio 2027
Dal 1° gennaio 2027, al termine dei ventiquattro mesi di sperimentazione, la riforma dovrà essere applicata in tutte le province italiane. Il nuovo procedimento di valutazione di base sarà gestito dall’INPS in via esclusiva e il sistema dovrà operare secondo le regole definite dal Decreto legislativo n. 62/2024 e dai successivi provvedimenti attuativi. I territori non coinvolti direttamente nella sperimentazione possono comunque partecipare alle attività formative, così da arrivare preparati alla data di entrata a regime.
Per i cittadini, la promessa della riforma è quella di un percorso più semplice, omogeneo e comprensibile. Sarà però necessario osservare attentamente come verranno gestiti i tempi delle valutazioni, lo scambio delle informazioni tra gli enti e la continuità delle prestazioni già riconosciute. Ogni grande riforma incontra infatti una fase di adattamento, e la sua efficacia non dipenderà soltanto dalla qualità delle norme, ma dalla capacità concreta delle amministrazioni di attuarle senza creare ulteriori ostacoli.
Per i Comuni, le Regioni, le aziende sanitarie e gli ambiti sociali territoriali, l’entrata a regime comporterà la necessità di organizzare in modo stabile le unità di valutazione multidimensionale e di garantire la collaborazione tra i diversi servizi coinvolti. Il Progetto di Vita richiede infatti una regia capace di mettere in relazione prestazioni sanitarie, interventi sociali, politiche abitative, percorsi educativi, formazione professionale e inclusione lavorativa. Questa integrazione rappresenta uno degli aspetti più ambiziosi della riforma, ma anche una delle possibili criticità, soprattutto nei territori nei quali i servizi sono già sottoposti a forti pressioni organizzative.
Anche gli enti del Terzo Settore avranno un ruolo importante. Le organizzazioni che conoscono direttamente le esigenze delle persone e delle famiglie potranno contribuire alla diffusione delle informazioni, all’individuazione delle barriere e alla costruzione di reti territoriali. La loro partecipazione, tuttavia, non dovrà sostituire la responsabilità delle istituzioni pubbliche: il Progetto di Vita deve poggiare su diritti esigibili, risorse adeguate e servizi capaci di garantire continuità, non soltanto sulla disponibilità delle associazioni o delle famiglie.
Una riforma da valutare attraverso i risultati
Il principio che ispira la riforma è chiaro: non definire la persona attraverso la diagnosi o la percentuale di invalidità, ma comprendere quali ostacoli incontra e quali sostegni possano consentirle di realizzare i propri obiettivi. È una trasformazione coerente con la Convenzione ONU e con il modello bio-psico-sociale, ma il suo valore si misurerà soprattutto nella vita quotidiana. Procedure più moderne e un linguaggio più rispettoso rappresentano un progresso; affinché la riforma mantenga le proprie promesse, dovranno però tradursi in tempi certi, servizi coordinati e risposte concretamente personalizzate.
Il 2026 deve quindi essere considerato non come una semplice attesa dell’entrata in vigore nazionale, ma come il periodo nel quale correggere le criticità emerse, rafforzare la formazione e verificare che il sistema sia sostenibile. Sarà importante rendere pubblici i risultati del monitoraggio, ascoltare le persone coinvolte nella sperimentazione e comprendere se il nuovo modello stia realmente riducendo la frammentazione oppure se permangano differenze rilevanti tra i territori.
La direzione indicata dalla riforma è ambiziosa: mettere finalmente al centro la persona, le sue scelte e il suo progetto di vita. Il passaggio decisivo, però, sarà trasformare questo principio in pratiche amministrative e sociali capaci di accompagnare ciascuno nel proprio percorso, senza costringerlo a inseguire servizi separati o a ricominciare ogni volta da capo.
Perché è importante
La riforma non riguarda soltanto chi dovrà presentare una nuova domanda di riconoscimento della disabilità. Coinvolge le famiglie, i professionisti, i Comuni, le aziende sanitarie, l’INPS, la scuola, il mondo del lavoro e gli enti del Terzo Settore. Cambiare il sistema di valutazione significa modificare il punto dal quale partono numerosi percorsi di assistenza, inclusione e accesso ai diritti. Il vero obiettivo non è ottenere una certificazione diversa, ma costruire risposte capaci di considerare la persona nella sua interezza. Il 2026 sarà decisivo per capire se il sistema dispone delle risorse, delle competenze e dell’organizzazione necessarie per rendere questo cambiamento effettivo dal 2027.
Fonti:
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